7 sconosciuti a El Royale: recensione del film presentato alla Festa del Cinema di Roma

7 sconosciuti a el royale film 2018

7 Sconosciuti a El Royale è stato presentato nella prima giornata della Festa del Cinema di Roma 2018 e riunisce numerosi attori celebri, tra cui Jeff Bridges.

Con 7 Sconosciuti a El Royale il regista ci trasporta in un microcosmo al limite del degrado

Si apre sulla scia del thriller neo-noir la tredicesima edizione della Festa del cinema di Roma con 7 sconosciuti a El Royale, secondo film diretto dal regista (Quella casa nel bosco) e sceneggiatore (Cloverfield, The Martian) Drew Goddard.

Un venditore porta a porta entra in un albergo con un prete e una cantante: potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta arguta, se la porta non fosse quella del decadente hotel El Royale e se non ci trovassimo in un neo-noir ambientato nell’America del 1969. Nel corso di un’unica fatidica notte, tra le mura di questo luogo tutt’altro che ameno, ai tre personaggi sopraccitati se ne aggiungono altri quattro. Il dipendente tuttofare dell’hotel, una hippie dall’aria svogliata, sua sorella minore e l’esaltato leader carismatico di un qualche culto new age a cui quest’ultima è assoggettata. Tra sparatorie e colpi di scena, misteri alla Agatha Christie e atmosfere tarantiniane, i sette personaggi interagiscono tra di loro, scoprendo i torvi segreti l’uno dell’altro.

Come nel film precedente, l’horror Quella casa nel bosco (2011), il regista ci trasporta in un microcosmo al limite, questa volta letteralmente, visto che El Royale, è un luogo costruito sul confine tra lo Stato del Nevada e quello della California. Siamo agli sgoccioli di un decennio travagliato (ancora un confine), l’estate dell’amore è finita e gli orrori del Vietnam hanno spazzato via gli ultimi barlumi del sogno americano.

El Royale è il segno vivente di questo degrado. Un tempo ambita meta di star del cinema e della politica americana, l’hotel è ridotto ormai a un’ombra di quello stesso splendore, un luogo scisso (una linea di demarcazione segna il confine delle due ali dell’edificio) come i personaggi che si aggirano al suo interno. Goddard è bravo nel bilanciarne l’interazione, nel dare spazio in egual misura alle loro storie, dedicando a ognuno di essi un capitolo staccato dal resto. Tramite espedienti metacinematografici dal gusto pulp, il regista gioca abilmente con la narrazione fino a farne confluire tutti i pezzi in un caleidoscopico puzzle degno omaggio, insieme ai colpi di scena e l’esaltazione visiva della violenza, al regista di Pulp Fiction.

Si respira inoltre tutto il bagaglio, ironico e di stile, dei fratelli Coen, che lo stesso regista, rivela come altra importante fonte di ispirazione. Il tutto contrassegnato da una vibrante colonna sonora studiata su hit anni 60. Che provenga dal soave canto di Cynthia Erivo o dal juke box della hall, che sia un brano soul dei The Isley Brothers o una cover dei Deep Purple, la musica diventa a tutti gli effetti un ottavo personaggio, sorta di coro shakespeariano che fa da commento alle azioni.

Azioni che possono contare su interpretazioni di un cast maestoso. Da Jon Hamm, che parzialmente si riscatta da ruoli sempre troppo minori, alla garanzia Jeff Bridges, passando per la sorprendete Cynthia Erivo, fino alla nuova reginetta di Hollywood Dakota Johnson e al finalmente cattivo Chris Hemsworth. Ma il personaggio principale, della cui disposizione gli altri ricevono le conseguenze, è l’hotel stesso, spazio pulsante, terra di mezzo, sorta di purgatorio, luogo di redenzione o di baratro.

La dicotomia del resto, così come lo sguardo voyeuristico, è il tema centrale del film, quella sottile linea che separa il visibile dal nascosto, l’apparenza dalla realtà dei fatti.

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