A Star is Born e Bohemian Rhapsody: il potere della musica nel mondo dei film

Cinema e Musica Bohemian Rhapsody

L’uscita imminente dei film A star is born (recensione QUI) e Bohemian Rhapsody, omaggio alla storica rockstar Freddie Mercury, segna il ritorno sul grande schermo dei cinemusical e dei cineconcerti, in una versione decisamente più cool e postmoderna.

A Star is Born, dalla Streisand a Lady Gaga

La commistione tra cinema e musica, nelle versioni rock, pop o musical di Broadway, non è certo un cosa recente mondo dell’arte. Senza scomodare necessariamente titoli epocali del nostro tempo, che hanno senza dubbio segnato le generazioni più recenti, come Moulin Rouge o La la land, è sufficiente pensare che, nel lontano 1976, la cantante e compositrice Barbra Streisand prestava la sua voce per il film È nata una stella (A Star is Born), di cui vedremo, tra pochi giorni, la nuova versione con Lady Gaga e l’esordio alla regia Bradley Cooper; tuttavia, prima di questo famosissimo cult, la Streinsard aveva già debuttato sul grande schermo con il film Funny girls nel 1968. Questo debutto gli era valso, l’anno successivo, l’elargizione del premio Oscar insieme a Katharine Hepburn.

Le incursioni di cantanti e rockstar nel mondo del cinema e di attori in esperimenti cinematografici musicali risultano essere, da sempre, due percorsi legati da trame di indicibile e simbiotica reciprocità. In entrambi i casi, i nomi che si potrebbero menzionare sono tantissimi; e non c’è bisogno, ancora una volta, di tirare in ballo personaggi recenti come Lady Gaga – già, vista, prima di A star is born, in Sin City (2005), Machete kills (2013) di Robert Rodriguez, e nella serie tv American Horror story -, Madonna – femme fatale di una congrega di streghe nel film Four roooms (1995)- Keith Richards – attore nei due capitoli di Pirati dai Caraibi-, Bjork – attrice nel pluripremiato film di Von Trier Dancer in the dark (2000)-, e Bon Jovi, rockstar nella commedia romantica Capodanno a New York (2011).

Pensiamo, ad esempio, al perfido goblin interpretato dalla star David Bowie nell’anno 1986 nel film Labyrinth-dove tutto è possibile; e poi a Sting, nel film fantascientifico di Lynch Dune (1984); Michael Jackson in Moonwalker (1988) e in Man in black 2 (2002), e Arheta Franklin nel film omaggio ai Blues brothers (1980); Whitney Houston nel drammatico Guardia del corpo (1992); senza parlare di Frank Sinatra e della sua vastissima carriera come attore.

Cinema e Musica - A Star is Born

Allo stesso modo, tra i vari Johnny Deep, nel dark musical Sweeney Todd- il diabolico barbiere di Fleet stret (2007) dello scapigliato Tim Burton, la coppia Emma Stone e Ryan Gosling in La la land (2016), Amanda Seyfried in Mamma mia! (2008) e, prima ancora, in Les Miserables (2012), le incursioni degli attori hollywoodiani nell’universo della musica, che hanno sbalordito tutti per il talento mostrato da questi straordinari pionieri, non sono state poche; in alcuni casi, come quello di Susan Sarandon nel provocatorio The rocky horror picture show (1975), li hanno addirittura fatti notare dalla critica e consacrati definitivamente all’Olimpo di Hollywood.

Tuttavia, la strada che, da questi primi esperimenti, ha condotto lentamente a una forma più certa e definita di cinemusical e cineconcerto, può essere inquadrata, in una maniera più concreta, a partire dalla prima metà degli anni novanta.

Prima di allora, i prodotti cinematografici musicali, pensiamo a The blues brothers (1980), pensiamo a The doors (1991) di Oliver Stone, erano concepiti tutti come degli omaggi a figure storiche leggendarie: Il Jim Morrison interpretato da Val Kilmer sembra ideato appositamente per elevare il leader della band statunitense quasi allo stato di divinità, e la fotografia vintage e sbiadita sembra essere stata cesellata unicamente per rievocare in modo storico e realistico gli anni settanta. Alcuni di questi prodotti, sebbene non mancassero di intenti modernisti e di velleità innovative, conservavano ancora lo sfondo di una cultura ancora troppo ancorata agli ideali bohémien, da primo novecento, e dello spirito artistico di rivalsa del secondo dopoguerra: pensiamo a Un americano a Parigi (1951), dove la logorante vicenda sentimentale di due amici artisti si consuma sotto lo sfondo di una Parigi ancora sconvolta dalle reminiscenze degli orrori del novecento.

Nonostante le incursioni, da parte di star, nel mondo del cinema non mancassero, i confini erano sempre ben definiti: l’impostazione strutturale del film era sempre classica, lineare, e senza grandi sbalzi dal punto di vista narrativo. Se un cantante decideva di lavorare come attore in un lungometraggio, doveva comportarsi invariabilmente da attore, e seguire rigorosamente le regole della recitazione cinematografica.

Si era ancora lontani dalla commistione multimediale di linguaggi a cui si assiste, in modo maestoso e artificiale, oggi, nelle opere cinematografiche: dove la musica dà l’abbrivio alla narrazione, e l’immagine sembra amplificare la potenza del suono.

Verso il musical contemporaneo

La vera svolta arriva a negli anni novanta, periodo in cui la musica, e la fotografia, sembrano quasi travalicare i loro confini di mezzi tecnici utili alla regia, e assumono un potere evocativo straordinario, capace quasi di soverchiare i ritmi convenzionali della narrazione.

È un fatto, questo, che risulta evidente soprattutto in alcuni esperimenti kitsch tipicamente postmoderni come Romeo + Giulietta (1996) di Luhrmann, Trainspotting (1996) e Il giardino delle vergini suicide (1999) della regista Sofia Coppola.

Sebbene, a una prima analisi, risulti piuttosto difficile accostare questi tre lungometraggi anni novanta a delle opere cinematografici di tipo musicale, ciò che rende veramente simili tali opere è un uso atmosferico e trasognato delle musiche, le quali sembrano quasi introdurre lo spettatore in un altro mondo: in Romeo + Giulietta, le musiche pop aiutano lo spettatore a rileggere la tragedia di Shakespeare sotto una luce più contemporanea, molto più dei dialoghi, e della struttura narrativa, lasciata praticamente identica a quella dell’opera teatrale del drammaturgo inglese. Le musiche, da sole, dicono allo spettatore come il film debba essere percepito, definendo lo spazio tempo, e acuendo la potenza della visione.

Con un’operazione simile, le canzoni di Iggy Pop, di Lou Reed e di Blondie, che si dispiegano lungo tutto l’arco del film Trainspotting, guidano lo spettatore in un tripudio di immagini che vorrebbero evocare devastazione e nichilismo postmoderno; e, probabilmente, senza simili tracce, il montaggio ipercinetico e la regia schizofrenica da videoclip di Danny Boyle non avrebbero avuto certo la stessa potenza.

In maniera molto simile, le canzoni malinconiche degli Air ci conducono velatamente attraverso le vicende tragiche e rarefatte delle sorelle Lisbon ne Il giardino delle vergini suicide.

Grazie a questi esperimenti cinematografici, in cui le musiche vengono sfruttate non solo come accompagnamento alla narrazione ma come mezzi capaci di aumentarne il potere espressivo, viene testata la capacità dei film di creare dei veri caleidoscopi linguistici, dove diversi medium espressivi si intrecciano in un mosaico fortuito e sfavillante di molteplici sensazioni.

Questo filone è stato portato avanti, in modo molto lineare, in alcune produzioni recenti, nelle quali la musica torna a ribadire il suo potere di guidare la narrazione, soprattutto in vicende di tipo adolescenziale: basti citare Noi siamo infinito (2012), o a Submarine (2010), la cui trama pare dipanarsi allo stesso modo di una tracklist di un cd anni novanta, e dove le canzoni di Alex Turner narrano, come in un romanzo, le vicende travagliate di Oliver.

Tuttavia, grazie a questi esperimenti linguistici anche il genere cinemusical sembra subire un’importante svolta in senso postmoderno. Nella filmografia di Luhrmann, infatti, Romeo + Giulietta funge da importante preludio a un film ancora più rivoluzionario, nel quale il melodramma viene fuso con il romanzo classico e con le musiche dei Nirvana, Queen e Elton John: l’incredibile Moulin rouge (2001). La regia frenetica e vorticante tende a dare un tocco ancora più kitsch e contemporaneo a questo innovativo dedalo di immagini patinate e caleidoscopiche, ispirato al romanzo La signora delle camelie (1848) di Dumas figlio.

Se anche in quest’opera non manca, similmente ad altri musical, un tocco nostalgico e classicheggiante, tale tendenza appare ben controbilanciata dalla tendenza kitsch e postmoderna a modernizzare tutto, e a fondere vecchio con nuovo in un’atmosfera romantica e sognatrice.

Cinemusical e cineconcerti: i frutti di una nuova sensibilità multimediale

Appaiono, quindi, in nuce, gli elementi principali del cinemusical contemporaneo, poiché, tracciando la stessa strada, il più recente La la land (2016), cerca di incantare ancor più lo spettatore, trasportandolo non solo in un tripudio di musiche jazz fiabesche, e filtrate attraverso una patina vintage, ma avviluppandolo anche in un volteggio soffuso di immagini dai colori saturi e delicati, un incanto di blu e di rosa che s’invola attraverso note levigate di musica.

Se, in Moulin rouge, il gusto per l’antico era reso ancora attraverso gli espedienti realistici di un’atmosfera ottocentesca e dei dialoghi dai termini un po’ desueti, in La la land, la nostalgia per il jazz è per gli anni trenta viene trasfigurata in una patina del tutto contemporanea e filtrata attraverso i nuovi mezzi della tecnologia multimediale.

Più che evocare il passato, questo nuovo espediente registico pare quasi che lasci scivolare lo spettatore in un mondo sognante e artificiale, in cui vecchio e antico si fondono in un unico orizzonte di significato.

La strada della commistione multimediale di linguaggi è proprio quella che più ha permesso alla forma del cinemusical e del cineconcerto di trovare una struttura più definita: se pensiamo all’imminente A star is born, che tra pochi giorni potremo gustare anche nelle sale italiane, ci accorgiamo, anche solo guardando il trailer, di come ogni traccia di antico sia stata completamente rimossa. Sebbene A star is born sia un remake, la regia multimediale, postmoderna, e ormai completamente equilibrata nei suoi virgulti kitsch, sembra reinterpretare perfettamente il film originale in una forma perfettamente pertinente all’era dei social, dandoci addirittura l’illusione sognante di sentire per la prima volta la voce di Gaga, nonostante le sue canzoni si sentano ormai da anni. Il film sembra molto più un prodotto originale e figlio del nostro tempo: senza nessuna traccia d’antico, e più inquadrabile nell’era di Facebook e di Instagram che in quella sua originaria.

La stessa commistione è stata realizzata anche nel film omaggio a Freddie Mercury, Bohemian Rhapsody, in uscita il 29 novembre nelle sale italiane, dove l’analisi storica della band, e del percorso artistico da essa seguito, viene realizzato attraverso un affastellarsi di visioni e pezzi celebri della rockstar.

Sebbene, in questo caso, si torni a realizzare un’opera omaggio a una band storica, ciò che ne è uscito, come nel caso recente del filone dei film dedicati ai grandi artisti, sembra essere qualcosa di completamente diverso da una mera e fedele rappresentazione della loro vita.

Più che ai personaggi, viene lasciato spazio alla potenza visiva e, in questo caso, anche uditiva del mezzo cinematografico.

La vita dei grandi artisti, o il percorso artistico di una rockband, non sono che un pretesto per testare il potere espressivo del cinema, così come Mamma mia! Non è un mero e asettico omaggio agli Abba ma un’operazione cinematografica in cui si realizza una fusione perfetta di linguaggi in senso postmoderno.

Le prossime uscite di Rocketman, omaggio a Elthon John previsto per il 17 maggio 2019, e Broadway 4D, di cui sarà interprete anche Christina Aguilera, non lasciano adito a dubbi circa la ormai conclamata potenza espressiva dei cinemusical e dei cineconcerti: un fatto che è stato reso possibile sicuramente dalla nuova sensibilità sinestetica maturata attraverso l’uso di mezzi virtuali, che hanno reso i nostri sensi sempre più suscettibili a lasciarsi incantare da una commistione estasiata di furori linguistici.

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