American Gods, recensione episodio 1×03: vincere desiderando l’impossibile

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Andare oltre la realtà attuale attraverso il potere dei sogni. Questo, e molto altro ancora, nella recensione del terzo episodio della prima stagione di American Gods.

American Gods, recensione episodio 1×03: comprendere l’ignoto per sopraffare l’avversario

Salire per non morire. Un’affermazione azzardata e, per certi versi, in netta contrapposizione con quanto accade nel prologo del terzo episodio della prima stagione di American Gods. Ma se l’ascesa verso l’alto dei cieli di Mrs. Fadil – su indicazione di Anubi, dio della mummificazione e dei cimiteri – è il passo essenziale per abbracciare la gioiosa dimensione ultraterrena del Duat, quella di Shadow Moon è un viatico inaspettato in grado di assicurargli la prosecuzione del viaggio precedentemente intrapreso. Tutto merito di Zorya Polunochnaya, indovina e sorvegliante delle stelle, aggancio medianico sopra la media capace di dare il là ad una rivincita nei confronti di Chernobog, il quale accetta la proposta di Votan (Mr. Wednesday) posticipando quello che sarà il suo ghiotto tributo sacrificale.

I venti di guerra spirano forte, e la pioggia ad effetto che investe Zorya Vechernyaya e Mr. Wednesday è un romantico commiato dettato da un destino immutabile. Però occorre muoversi, perché ci sono ancora tanti elementi di cui tener conto; e una guardia del corpo non può ritenersi tale se non diventa pienamente consapevole del proprio ruolo all’interno di una scacchiera divina dove l’antico e il nuovo hanno deciso di affrontarsi spinti da ragioni diametralmente opposte. La rapina (alquanto articolata) messa in scena dal committente di Shadow Moon diventa, quindi, l’occasione giusta per fornirgli una visione ampissima della coscienza di sé: fingere e credere che ci siano cose impossibili non serve a nulla, perché così facendo ci si limita all’ovvio dando per scontata la realtà circostante. Insomma, le basi di una schiavitù ideologica in linea col pantheon razionalista e calcolatore dei tempi moderni.

Una sensazione primordiale che trasporta il giovane Salim ad interagire biblicamente con Jinn, un ifrit mediorientale disposto a diventare una cosa sola con il suo partner di letto pur di fornire un risvolto metafisico al concetto di desiderio. Tanto amore per tanta ricchezza interiore, anche quando l’oblio potrebbe dilapidare qualsivoglia background emozionale: una riflessione che alla fine investirà persino Shadow Moon, scettico e disilluso come pochi altri al mondo dopo il fallimento della sua aspirazione di vita.

Il puzzle visivo di American Gods procede spedito districandosi tra simbolismi (la moneta lunare e il portafortuna dello sciagurato Mad Sweeney), fascinazioni astrali e fenomenologie sempiterne. La nevicata che tutto ammanta, inclusa la ritrosia di Shadow Moon, è l’ennesimo turning point per acquisire maggiore fiducia nei propri mezzi – sebbene quest’ultimi siano di ben poca utilità dinanzi all’impeto di un dio. Ad ogni modo, quando il conflitto raggiungerà il suo fisiologico climax, i protagonisti dello show riusciranno quantomeno a rispondere per le rime facendo leva su un compendio di esperienze appaganti, da destinare a futura memoria qualora l’esito finale dello scontro risulti estremamente positivo. Per quanto riguarda, poi, l’aspetto tecnico dell’episodio 1×03, menzione d’onore sia per il zoom discendente del prologo iniziale che per la realizzazione surreale della scena di sesso tra Salim e Jinn, una sequenza memorabile in cui è racchiusa l’idea di fondo di un’opera capace di trascendere la sua mera classificazione letteraria e/o televisiva.

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