American Gods, recensione episodio 1×05: una tregua ambivalente

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Tregue, propositi bellicosi e una Gillian Anderson in grande spolvero. Ecco la recensione dell’episodio 1×05 di American Gods.

Il tratteggio narrativo gode, soprattutto in campo televisivo, di una varietà di scelte capaci di garantire una notevole imprevedibilità di fondo. Tale espediente va, però, dosato nel miglior modo possibile, altrimenti si corre il rischio di scadere in una pletora di forzature senza capo né coda finalizzate solo ed esclusivamente ad un mero esercizio stilistico fine a se steso. Uno scenario distante anni luce dalla vorticosità postmoderna di American Gods, il quale si fregia di un’unicità in tal senso favorita dallo scombussolamento espositivo trasmesso, per osmosi, dalla celeberrima opera letteraria di Neil Gaiman.

American Gods, recensione episodio 1×05: il cuore umano oltre gli ostacoli soprannaturali

L’apertura del quinto episodio è riservata a una parentesi a metà strada tra la fiaba e la documentazione storica riguardante un esodo verso un lido inesplorato che, però, si rivelerà ben presto per quello che è, e cioè una terra inospitale priva di quei nutrimenti e di quei propositi di rinascita promessi dal dio Nunyunnini. La tribù coinvolta, smarrita e ormai a un passo dalla tomba, decide di optare per un nuovo culto autoctono – seppur fondato sul cannibalismo – per evitare l’imminente estinzione: d’altro canto, “le divinità sono grandi, ma il cuore umano lo è ancor di più”.

E sulla scorta di questa considerazione, si riannodano i fili narrativi della vicenda principale lasciati in sospeso dopo il cliffangher della scorsa puntata. Il confronto tra la rediviva Laura e Shadow Moon vive di impasse emotivi, ma una volta superato lo shock iniziale, l’ex galeotto risponde per le rime a un involucro sostanzialmente vuoto che si ostina a manifestare quella fastidiosa apatia esistenziale alla base dei suoi pruriginosi peccati di letto. Sebbene professi l’indissolubilità di un legame amoroso con il suo compagno, quest’ultimo preferisce ritrarsi concedendole un semplice bacio; un gesto simbolico, a cui segue l’improvviso arresto di Shadow Moon e dell’accorrente Mr. Wedsneday a causa dei fatti di Chicago.

La subdola tregua di Mr. World

Il successivo interrogatorio, ad opera di due agenti che faticano a capire l’insolita accuratezza del loro intercettamento, prosegue il duro faccia a faccia tra Media e il Ragazzo Tecnologico. Ribelle e capriccioso, questo dio del pantheon moderno viene riportato all’ordine al fine di compiacere Mr. World, entità scrupolosa al vertice di quell’avanguardia in lotta contro le divinità del passato. Trovare un’unione di intenti è, in poche parole, il requisito necessario per cercare di plagiare la mente di Mr. Wednesday offrendogli una tregua di facciata; insomma, un raggiro mascherato da rimodernamento dell’iconografia di Odino, desueta e dallo scarso appeal commerciale per quei popoli alla costante ricerca di un idolo da adorare ad oltranza.

Per quanto appetibile, questa fusione non convince Mr. Wednesday rimandando il tutto – conflitti armati compresi – a data da destinarsi, anche perché Mr. World rispetta oltremodo il profilo e l’esperienza del ciarliero dio norreno: insistere altererebbe la percezione oggettiva di un singolar tenzone d’altri tempi. L’uscita di scena della triade permette ai due protagonisti – e a Mad Sweeney, ammanettato dopo un violento diverbio con Laura Moon – di sfuggire alle sordide grinfie primordiali di un comando di polizia in balia delle fluttuazioni esoteriche scatenate, in prima battuta, da Media & company.

Gillian Anderson, un ruolo da mattatrice che convince appieno

Il quinto episodio di American Gods raggiunge vette di inusitata eccellenza attraverso un lavoro di concerto in grado di valorizzare il comparto visivo e dialogico in egual misura. Il prologo animato è un virtuosismo tecnico in linea con quelli che sono i punti di forza della serie TV; e fra questi, non può non essere menzionata la regia di Vincenzo Natali, sublime director di alcuni episodi di Hannibal, Westworld e Luke Cage. Inoltre, l’esplosività dei confronti verbali è impreziosita dalla maiuscola prova dell’intero comparto attoriale; tuttavia, ad alzare l’asticella è Gillian Anderson, che con le sue incredibili mimesi nei panni di David Bowie prima, e Marilyn Monroe poi, riesce ad ampliare la ben nota versatilità di un’interprete da dieci e lode. Estetica e concretezza, quindi, al servizio di uno show in procinto di svelare il suo pieno potenziale.

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Giorgio Longobardi

Multitasking addicted e formatore professionale. Divoratore di film, serie TV, anime e fumetti. Utopista, cultore del libero pensiero e grande appassionato di sport: tra i suoi sogni, quello di realizzare un gol in Premier League.

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