At Eternity’s Gate: recensione del film su Van Gogh con Willem Dafoe

At Eternity's Gate - Vincent Van Gogh

Presentato al Festival di Venezia 2018, At Eternity’s Gate racconta la vita di Vincent Van Gogh, interpretato nel film da Willem Dafoe.

At Eternity’s Gate, suggestioni e riflessioni per il film sul pittore olandese

Dopo essere stato T.S. Eliot, Max Schreck, Pier Paolo Pasolini e persino Gesù di Nazareth,  Willem Dafoe si cala ora nei panni del celeberrimo pittore Vincent Van Gogh per At Eternity’s Gate. Presentato in concorso alla 75esima Mostra del cinema di Venezia il film è interpretato, tra gli altri, da Rupert Friend nel ruolo del fratello dell’artista, Theo (che lo aiutò anche economicamente), e da Oscar Isaac nella parte del pittore Paul Gauguin, la cui amicizia ha un ruolo centrale nelle vicende narrate. Julian Schnabel esordì nel 1996 proprio con un biopic su un artista figurativo, Basquiat, per poi regalarci nel 2007 quella perla cinematografica che è Lo scafandro e la farfalla. Il pittore e regista eccede anche in quest’opera in soggettive (che appaiono come lucide di pianto) e sfodera una regia non convenzionale in cui i colori dominanti sono (guarda caso) il giallo e il blu.

Tra plongèe e sovrapposizioni di immagini e sonoro c’è spazio anche per un improvviso bianco e nero e sospensioni liriche ma il film qui al Lido non ha convinto molto. Tra corti, documentari, film televisivi e d’animazione sono circa una trentina le opere dedicate a Van Gogh, che è stato interpretato addirittura da Martin Scorsese per la regia di Akira Kurosawa (in un episodio del film Sogni, 1990). In molti si chiedono cosa ci fosse ancora da dire ma l’eccezionalità estetica dell’artista che si tagliò un orecchio (nel film pare che sia stato un dono per lo stimato collega Gauguin e non per una prostituta) e della sua folle vita (terminata in circostanze poco chiare a soli 37 anni per via di un colpo di pistola) può sempre riservare interesse, stupore e sorprese.

Tante le suggestioni e le riflessioni sulla poetica dell’artista presenti nel film: “Ho bisogno di dipingere per dimenticare me stesso”, “Non posso vivere senza osservare qualcosa”, “La realtà dipinta è una realtà a sé”,  Più dipingo velocemente più sto bene”, “Dipingo per la voglia di condividere”, “Provo gioia nel dolore”, “Una vena di follia è una benedizione per l’arte”. Il titolo richiama l’eternità in cui è destinato a vivere un genio come Van Gogh, dunque l’opera si pone già in una posizione: raccontare la vita del pittore al presente per metterne in luce l’importanza futura, dato che noi spettatori, i posteri, conosciamo la “beatificazione”  che la storia dell’arte ha attribuito ad un uomo che non era apprezzato forse perché troppo avanti per i suoi tempi.

Un uomo povero, incompreso e sciagurato, ritenuto insano di mente e quindi perseguitato, che si domanda in un dialogo con un uomo di chiesa, se non sia nato nell’epoca sbagliata, se non stia dipingendo quadri per chi ancora non è al mondo. E la figura del perseguitato Willem Dafoe ce l’ha ormai cucita addosso: non erano forse dei perseguitati e ingiustamente “condannati” sia Pasolini che Gesù Cristo? Il film può attrarre o respingere ma lo riteniamo interessante per gli appassionati d’arte. In ogni caso la visione religiosa del personaggio, a tratti metaforica, è abbastanza lampante e pertinente dato che prima di darsi ai pennelli Van Gogh intraprese un cammino spirituale e nella sua esistenza fu centrale la lettura di testi sacri, finché non comprese che “Dio gli aveva dato un dono” e che lui, semplicemente, era un pittore, era nato per dipingere tele.

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