BlacKkKlansman: recensione del film diretto da Spike Lee

blackkklansman film 2018

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018, il film BlacKkKlansman di Spike Lee arriva nelle sale italiane dal 27 settembre.

BlacKkKlansman ripercorre una delle più brutte pagine di storia americana

Blake Snyder, nel suo saggio sulla sceneggiatura Save the cat!, sostiene che il modo migliore per estorcere del denaro ad un produttore per fare un film sia farlo ridere. Inserire nella logline, cioè quelle poche righe di presentazione in cui si espone al produttore l’essenza stretta di un progetto cinematografico, “qualcosa che lo faccia ridere”, meglio se una situazione paradossale. Poco importa se il film sarà incentrato su un dramma esistenzialista, l’importante è che nella logline ci sia ironia.

Ora, mettetevi nei panni di Jason Blum, fondatore della casa di produzione cinematografica Blumhouse: vi si presenta Spike Lee e vi chiede di finanziargli il suo nuovo film. Voi gli chiedete una logline e lui vi risponde: “Un afroamericano vicino al movimento delle Pantere Nere diventa un tesserato e capo del Ku Klux Klan di Colorado Springs”. Non avreste forse prodotto anche voi Blackkklansman?

Per apprezzare al pieno quest’ultimo lungometraggio di Spike Lee è necessario fare un piccolo sforzo di memoria, tornare alle noiose (non per tutti) lezioni di scuola in cui tu te ne stavi sui banchi di scuola a pensare ai fatti tuoi mentre il professore ti spiegava la storia del razzismo negli Stati Uniti sottolineando che: “Un giorno Spike Lee ci farà un film, io ve l’ho detto”.

Effettivamente Blackkklansman (Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes di quest’anno) ripercorre una delle più brutte pagine di storia americana, ma al tempo stesso è uno schiaffo in faccia ai giorni nostri. Pesante è la critica al razzismo e ai movimenti neonazionalisti di oggi, ma procediamo con calma.
Il film racconta la storia (vera) del detective Ron Stallworth, un afroamericano che riesce ad infiltrarsi per puro caso nel Ku Klux Klan della sua città fino quasi a diventarne il capo. Come ci è riuscito? Andate a vederlo, dal 27 settembre.

Lee ha puntato moltissimo sull’autoironia, spesso e volentieri il film si prende poco sul serio e diverte con facilità. Ciò contribuisce a raffigurare il Ku Klux Klan ed i suoi adepti all’interno del film essenzialmente come dei perfetti idioti. Al tempo stesso, tuttavia, molte sono le scene in cui il dramma prende il sopravvento ed allora la vera profondità della trama emerge e toglie spazio alle risate fini a se stesse. Un film dai due volti quindi, incentrato da una parte a deridere un movimento razzista e dall’altra a focalizzarsi sulle vicende dei protagonisti ed in particolare del protagonista: vicino ai movimenti di protesta afroamericani ma, al tempo stesso, poliziotto e quindi emblema della repressione ai danni della sua stessa gente. Un conflitto interno, a dirla tutta, poco palpabile, ma nei film di Spike Lee raramente assistiamo a monologhi interiori o vediamo i protagonisti disperarsi in maniera plateale per la propria condizione.

Vi starete chiedendo se l’ex giocatore di Football John David Washington (che interpreta il protagonista) sia l’unico attore presente nel film. No, si tratta di un film corale e con un cast molto ampio, che però fa emergere un problema che all’occhio dei più esperti non sfugge: in un film corale almeno una “prima donna” deve esserci. Un attore o attrice che spicchi rispetto agli altri, che viva di luce propria e che dia quel qualcosa in più affinché grazie alla sua interpretazione in futuro si torni a parlare del film. In Blackkklansman, invece, nessun attore o attrice emerge. Sono quasi tutti sullo stesso piano, tutti contribuiscono alla realizzazione e riuscita di un buon film ma nessuna voce fuori dal coro. Recitano tutti più che bene, ma forse l’interpretazione complessiva risulta fin troppo “scolastica”, priva di un qualcosa di personale o quel tocco di improvvisazione in più che avrebbe potuto porre il film sotto un’ottica diversa.

Oltre alla mancanza di “tenori”, nella sceneggiatura sono evidenti alcuni buchi di trama, molti dei quali “tappati” in maniera sbrigativa. Se il personaggio interpretato da Adam Driver, ad esempio, trova una buona evoluzione nel corso del film come del resto il protagonista Ron Stallworth, lo stesso non si può dire per Laura Harrier nei panni di Patrice Dumas. Il suo personaggio è poco chiaro: vicino sentimentalmente al protagonista pur senza mai sbottonarsi. Rimane rigido fino al finale, dove mostra una maggior apertura salvo poi tornare inflessibile nell’ultima scena.

Stesso si potrebbe dire del resto del cast: alcuni attori sono funzionali allo svolgimento della trama, altri invece non hanno una funzione vera e propria, risultando privi di profondità e presentati molto superficialmente.
Stilisticamente Lee non si smentisce: la sua mano è impossibile non riconoscerla. Inquadrature virtuose, macchina da presa spesso immobile sul primo piano o mezzo busto per raccogliere nel miglior modo possibile l’espressività dell’attore o dell’attrice in scena. Non manca nemmeno il marchio di fabbrica per eccellenza: la carrellata posizionando uno o più attori immobili su una piattaforma che si muove, per donare maggior fluidità alla scena.

Fotografia minimalista e curata da Chayse Irvin, molto incentrata sul “caldo e scuro”, con ricorrenti sbalzi di colore. Una scelta volta a valorizzare la doppia faccia del film, come già accennato.
Altra debolezza del film è la colonna sonora a metà tra un noir anni cinquanta e un film porno slavo venuto male degli anni novanta. Lo stesso non si può dire, tuttavia, per i costumi e la scenografia: molto “pop”, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Ti aspetti sempre che da un momento all’altro spunti fuori Jimi Hendrix per un cameo.

Blackkklansman non è un capolavoro, non ne sentiremo parlare per molto. Eppure è importante vederlo perché, pur essendo ambientato nel secolo scorso, alcune tematiche sono quanto mai vicine alla nostra realtà.
Guarderete il film ridendo, ma uscirete dalla sala molto tristi”, disse Lee a Cannes quest’anno, in occasione della presentazione del film. Ed ha proprio ragione: il finale del film è un pugno nello stomaco che ci riporta al presente, precisamente a Charlottesville, dove lo scorso anno un auto guidata da un suprematista bianco si lanciò a tutta velocità su una folla nel corso di una manifestazione antirazzista, ferendo decine di persone e uccidendo una giovane donna di nome Heather Heyer, a cui il film è dedicato.

Un attacco pesantissimo al presidente Trump ed ai movimenti neonazionalisti e razzisti di oggi, accusati di essere, direttamente o non, responsabili di quanto accaduto in Virginia nel 2017. Questo è il vero messaggio del film di Lee, un film tutto sommato ben realizzato ma dove forse qualcosa in più poteva essere fatto e che con uno sforzo maggiore sarebbe potuto essere uno dei film più discussi dell’anno. Lacune a cui il manifesto antirazzista di Lee, in un certo senso, compensa.

Consiglio vivamente di vedere questo film in lingua originale. Non per fingere di sapere l’inglese davanti ai vostri amici per poi perdervi tutte le scene per stare dietro ai sottotitoli, ma perché grande risalto viene dato allo “slang” afroamericano, impossibile da riprodurre nel doppiaggio italiano.

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