Blade Runner 2049 in onda su Sky Cinema: la recensione del film

Blade Runner 2049 - la recensione

Il remake dello storico film diretto da Ridley Scott sarà trasmesso in prima tv su Sky Cinema. L’appuntamento con Blade Runner 2049 è per lunedì 28 maggio alle ore 21:15.

Blade Runner 2049: la recensione

È significativo che Denis Villeneuve descriva come la scena in Blade runner 2049 di cui va più fiero, quella nella quale Joi e Mariette si “sincronizzano” per dare a K finalmente una esperienza affettiva completa, carnale.

Sembra una dichiarazione programmatica sul punto di vista che il regista ha avuto nel portare sul grande schermo il sequel di una pellicola così iconica. Blade runner 2049 è infattì un film nel quale si cerca di fondere gli elementi già presenti nell’opera di Ridley Scott, di sincronizzarsi, per quanto sia possibile dopo 30 anni, con quell’universo e di far combaciare la necessità di espandere un immaginario iconografico senza contraffarlo, ma cercando, con un processo di simbiosi, di far convivere le due anime, quella del regista canadese e quella del regista britannico.

Joi in fondo è frutto di un progresso digitale che si insinua in un universo che era stato descritto ancora analogico nell’82, un’immagine proiettata come dice lei stessa fatta di 0 e 1, che si unisce ad un replicante, che per quanto sia una nuova versione rispetto alla Pris del primo (omaggiata in modo dichiarato), è pur sempre un organismo vero e proprio con “l’elegante” codice genetico a quattro lettere

Blade Runner 2049 - la recensione

Lo stesso incipit del film è un “replicante” del film originale, una copia, ma una copia più umana dell’umano. Villeneuve e il produttore esecutivo (lo steso Scott), vanno a rispolverare la scena di apertura che scrisse Hampton Fancher nell’80 (poi abbandonata) e la riadattano in modo funzionale al nuovo filo narrativo. Come lo stesso K sono consapevoli che quelle scene non sono immagini appartenenti al nuovo film, ma degli innesti di qualcun altro, alla stessa stregua delle memorie del replicante protagonista, ma non per questo non strutturano la personalità e il tono emotivo del film su di esse. 

Avvalendosi della splendida fotografie di Roger Deakins, finalmente premiato con l’oscar, Villeneuve adotta uno stile visivo degno a tratti di un ‘opera d’arte optical, giocando con luci e ombre, con riflessi e riverberi, sfruttando un dualismo cromatico fra una Los Angeles dai colori freddi, al neon, calata in una atmosfera invernale e una Las Vegas dalle tonalità molto più calde e asciutte.

Coniugando con mano sapiente le fascinose scenografie in presa diretta con la profondità delle costruzioni digitali, il regista di Arrival e Sicario ci porta in una realtà complessa ed estraniante, recuperando alcuni elementi già presenti nel primo film ma rielaborandoli con un respiro più ampio, senza privarli dello spazio per un sospiro nostalgico.

Villeneuve sembra aver compreso quale fosse la via più giusta, anche se non perfetta, per portare sullo schermo un sequel, ovverosia riprendendo quel discorso sul concetto di reale e sintetico di originale e copia di naturale e artificiale, che erano la filosofia su cui si basavano i personaggi del primo capitolo e spostando tale dialettica verso un orizzonte più vasto, all’interno di un discorso meta cinematografico di cui è impregnata la pellicola tutta come prodotto filmico in sé.

Blade runner 2049, come il suo protagonista K, sembra conscio dell’artificialità di essere un sequel, ma d’altra parte, come il personaggio interpretato da Ryan Gosling, ha l’aspirazione e in certi termini il terrore, di scoprirsi qualcosa di più di una copia, qualcosa che seppur derivato, non è frutto di un processo banalmente mitotico, ma di una unione più profonda e organica, di un legame affettivo.

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