Bohemian Rhapsody: recensione del biopic su Freddie Mercury e i Queen

Bohemian Rhapsody recensione

Bohemian Rhapsody rappresenta una produzione complessa, con una regia contemporanea e tanta musica rock, al cinema dal 29 Novembre.

La storia della grande rock star Freddie Mercury raccontata nel film Bohemian Rhapsody.

Bohemian Rhapsody per un fan dei Queen e per tutti gli amanti del genere rock, non rappresenta solo un disco, ma una vera e propria icona rivoluzionaria della discografia mondiale.

A 27 anni dalla morte di Freddie Mercury, leader del gruppo, è stato finalmente ultimato il progetto del biopic in suo onore, che nel corso della sua produzione, iniziata circa 8 anni prima, ha visto moltissimi cambiamenti e disguidi: il regista Bryan Singer (I Soliti Sospetti 1995, Operazione Valchiria 2008) viene licenziato a metà progetto per mancata professionalità, Freddie doveva essere interpretato da Sacha Baron Cohen, si alternano ben quattro sceneggiatori e serviva la costante approvazione di Brian May e Roger Taylor. Nonostante tutto il film, oltre che essere un racconto gradevole e buonista di Freddie, è un modo per raccontare al pubblico chi erano i Queen, oltre Freddie.

Bohemian Rhapsody è una pellicola che dal punto di vista narrativo risente delle problematiche produttive, e soprattutto della sceneggiatura, che porta anche la firma di Anthony McCarten (Darkest Hour, La teoria del tutto). Il film vuole raccontare tutto ma lo fa in modo superficiale: abbracciando un arco temporale troppo lungo, finisce per non soffermarsi su nessun aspetto veramente importante della personalità di Mercury. Bohemian Rhapsody sembra voler raccontare com’era Freddie agli occhi dei fan, un uomo nato dal nulla, solo grazie alla sua forte personalità; un uomo che aveva delle debolezze ma che sapeva amare chiunque gli stesse accanto, buoni o cattivi, uomini o donne. Una star, consapevole di essere tale.

Bohemian Rhapsody però non racconta il buio di Freddie, cela ciò che più lo ha reso noto: la vita sregolata, la malattia, l’omosessualità. È tutto sottinteso.

Con un uomo c’è solo un bacio innocente, poi tutti sguardi, nessun rapporto; la droga è gettata sul tavolo di cristallo, ma non si vede mai lui farne uso.

È un biopic che vuole omaggiare la personalità di Mercury, mai denigrarla; l’unico momento in cui possiamo sentirci di criticare il suo personaggio è quando si distacca dalla band per seguire il suo manager, Paul Prenter, il vero antagonista della pellicola.

Ma a cosa è dovuta la scelta di non entrare nel vero Freddie a scoprire tutti i suoi misteri, le sue paure e i suoi incubi? Probabilmente il motivo è sempre quello: Hollywood. Bohemian Rhapsody infatti, non è altro che un film hollywoodiano dall’inizio alla fine; fatto di scene viste e riviste (la svolta narrativa nella quale Freddie si redime è raccontata sotto la pioggia) e di tematiche mainstream: il ragazzo pakistano che esce dal suo guscio nonostante i genitori conservatori, il ragazzo che chiede la mano alla sua amante, che in realtà sarà la sua migliore amica, l’omosessualità e la droga che ci sono ma non si vedono, e infine anche l’AIDS. Non avvertiamo la paura di un uomo malato, la sofferenza, ma vediamo solo la reazione della star. Un uomo che affronta la morte con coraggio e che non vuole che nessuno pianga.

Bohemian Rhapsody però risulta alla fine vincente grazie a Bryan Singer che crea una regia rock. Piani sequenza, primissimi piani e un sapiente gioco di riflessi. I RayBan di Freddie fungono sempre da specchio, noi lo vediamo grazie al suo riflesso negli occhiali, e Freddie si guarda di continuo; non è solo dato da una mera vanità: sono gli sguardi che lui sente addosso, Freddie agisce perché sa di essere guardato.

Rami Malek, il noto volto di Mr. Robot, è stata l’ultima scelta della produzione; tutte le responsabilità ricadono su di lui, e alla fine riesce a portare egregiamente un ruolo così importante. Nonostante spesso risulti caricaturale, sia per il trucco che per la dentatura, si vede il lungo e duro lavoro di Malek per interparete Freddie. Purtroppo, non si può fare a meno di chiedersi se Sacha Baron Cohen sarebbe stato più adatto, o qualcun altro ancora, è certo però che nessuno potrebbe né dovrebbe mai eguagliare in nessun modo Freddie Mercury.

Il film finisce per essere un mega concerto omaggio, che fa rivivere in ognuno di noi le emozioni che i brani dei Queen hanno sempre suscitato, e vedere come siano nate aggiunge un altro pizzico di magia. Il concerto del 1985 per Live Aid a Wembley è sicuramente una scena che resta memorabile sia tecnicamente che emozionalmente; l’ultimo saluto di Freddie come solo lui avrebbe saputo fare.

Bohemian Rhapsody è un film piacevole ed emozionante, è un modo per continuare a ricordare la differenza di chi fa la musica e del mercato che la produce. E per ricordare, non in modo propriamente riuscito, che dietro Freddie Mercury c’era un uomo.

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