Bojack Horseman, recensione: su Netflix la nuova stagione della serie tv

bojack Horseman

È disponibile su Netflix dal 14 settembre la quinta stagione di Bojack Horseman, in cui il protagonista ci riporterà a scoprire la sua emotività più intima.

Bojack Horseman, cinque stagioni e la piacevole agonia non è ancora finita

Bojack Horseman è una serie televisiva particolare, difficile da fissare in un’immagine chiara e limpida, difficile da rievocare con l’ausilio della memoria, difficile da definire con un articolo, ma forse è proprio a causa di tutte queste difficoltà che è una delle esclusive Netflix più in voga negli ultimi tempi.

Al termine di ogni puntata, quello che resta allo spettatore è una sensazione di malessere diffuso in tutto il corpo, come se una qualche strana malattia lo avesse infettato in quei fulminei venticinque minuti. Bojack non è solo il cavallo di una strampalata serie televisiva, è anche uno specchio d’acqua terso che riflette la nostra immagine di esseri umani con costanza, senza la paura di terrorizzarci. Noi, del resto, coccolati e avvelenati da una serie di fotogrammi, che paiono incidere sulla nostra pelle un dolore sconosciuto, ci concediamo, lascivi, al sapore agrodolce di un nuovo episodio. 

Cinque stagioni e la piacevole agonia non è ancora finita, alti e bassi non ce ne sono stati, perché quello che conta non sono i colpi di scena, la qualità delle puntate, la caratterizzazione dei personaggi o gli elementi innovativi (fattori che comunque non mancano), ma il senso di cupa desolazione che la serie ci lascia ogni volta che il monitor diventa nero. Bojack Horseman racchiude una delle condizioni sine qua non attraverso le quali è possibile definire una persona: il suo essere protesa verso l’alto e l’inevitabile ricaduta verso il basso che, in un modo piuttosto ambiguo, provoca piacere.

Sembra la descrizione dei Fiori del male di Baudelaire e in effetti tra le due opere ci sono alcuni punti di contatto. Molti potrebbero non riconoscersi, inizialmente, in questo contraddittorio comportamento che, in realtà, caratterizza l’essere umano. Esso è il peccato originale, di chi tende la mano verso il frutto proibito sprofondando nell’abiezione, che connota la nostra essenza, occultato da chi s’illude di non conoscerlo per raggiungere uno stato di benessere fittizio. Ma che succede se un cavallo alcolizzato e star della televisione spezza l’illusione? La nostra mente viene posta di fronte alle sue più inconfessabili paure, alla realtà della sua corruzione.

Tutto d’un tratto, con l’iniziare della nuova stagione, questo ammorbante senso di disperazione che serpeggia lungo la serie scompare. Il tempo, nelle prime sei puntate, pare sospeso, nulla progredisce, ci si sofferma su digressioni a proposito di personaggi minori, flashback e monologhi dalla durata spropositata. Sembra che un sassolino inceppi quell’ingranaggio perfetto che il pubblico aveva imparato ad amare negli anni scorsi. Casuale? Sembrerebbe di no, infatti quando l’irrisolto di Bojack emergerà il tempo e le scelte sbagliate, che fanno affondare gli uomini come i cavalli, riprenderanno a scorrere come da programma. Curiosamente nelle prime sei puntate l’outro è sempre diversa ed è una parodia dell’originale, la quale riprenderà il posto che le spetta solo con lo scioglimento dell’irrisolto. 

All’interno della quinta stagione è racchiusa, a mo’ di matriosca, la serie televisiva Philbert di cui Bojack è l’attore protagonista, questa in qualche modo trasforma Bojack Horseman in una meta-serie. Philbert ci dice qualcosa di Bojack Horseman e viceversa. Tra le mille riflessioni che propone questo incastro di opere ho scelto di riportare la più significativa, quella che argina le mille difficoltà espresse all’inizio. Bojack Horseman, come Philbert, è una serie televisiva che oscilla tra l’assurdo e il geniale senza soluzione di continuità, dunque è impossibile racchiuderla in uno di questi due insiemi che si presuppongono isolati, ma che in realtà convergono l’uno nell’altro. Ciò che conta per Bojack Horseman non è il suo statuto (quindi è inutile arrovellarsi per donarglielo), bensì il senso di malessere finale che elargisce, marchio di fabbrica che difficilmente le si potrà togliere. Indipendentemente da una possibile catarsi finale gli errori del passato non potranno essere cancellati.

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