Caina la trovacadaveri: la recensione del film di Stefano Amatucci

Caina film 2018

Caina è un personaggio potente, costruito ad immagine e somiglianza della protagonista dell’omonimo romanzo di Davide Morganti. Il film di Stefano Amatucci sarà presentato in giro per l’Italia attraverso un tour che vedrà protagonisti regista e cast dell’opera.

Uno scenario distopico e un’anima nera (e vera) al centro di Caina

Tre sono le cose fenomenali di Caina: la resa accurata di un personaggio femminile cattivo e complesso, l’aderenza feroce all’attualità vicina e lontana e, nonostante questo, il piacere di una storia assolutamente originale. Per questo Caina è un film rarissimo. Ne escono pochi di film così, e non solo per ragioni economico-produttive; ma perché gran parte del pubblico non vuole o non è ancora pronto a recepire quello che Caina ha da dire.

Se poi si va a ben vedere, questo film, ha anche una quarta particolarità: quella di essere stato girato in tre settimane e tre giorni da Stefano Amatucci, un regista che cavalca un’opera prima notevole, pur essendo stato allevato da un registro televisivo semplice, quello di uno dei più longevi real drama italiani, Un posto al Sole. È lo stesso set che dal 1996 coltiva sua sorella Luisa, interprete sorprendente e straordinaria di Caina.

Storia di una trovacadaveri

La storia è semplice, è la rappresentazione di uno stralcio della vita di Caina (Luisa Amatucci), una donna gelida, condizionata da un odio viscerale per tutto ciò che non appartiene alla sua cultura, alla sua lingua, alla sua razza e soprattutto alla sua religione. Di mestiere fa la raccattacorpi; il suo lavoro è tenere pulita la spiaggia, liberarla dai cadaveri di quei poveretti che non sopravvivono alla traversata bestiale intrapresa dalle coste africane, e che troppo spesso giungono a pancia sotto, senza più neanche l’anima.

Lungo la sua strada incontra Nahiri (Helmi Dridi), un trovacadaveri come lei, ma che fa parte di un sistema abusivo; lavorano entrambi per l’anziana Signora Ziviello (Isa Danieli) che gestisce un centro di smaltimento autorizzato: indipendentemente dalle licenze, per lei restano solo due alternativi sistemi efficaci di guadagno.

Caina e Nahiri arriveranno ad incontrarsi e scontrarsi: l’uno desideroso di comprendere il popolo che non riesce ad accoglierlo; l’altra chiusa nella sua necessità di sbeffeggiare e punire qualcosa che considera diverso da lei, chiusa nelle sue personalissime idee di peccato umanitario al contrario.

 

Quando si perde la percezione della tragedia umana

È un immaginario distopico, certamente, ma non è lontano dalla riflessione che lo ha ispirato. Stefano Amatucci, infatti, racconta:

L’idea del film nacque nel 2009, la sceneggiatura nel 2010. Un fatto di cronaca mi colpì molto: la preoccupazione di un sindaco per gli sbarchi, che avrebbero rovinato la stagione estiva. Nessuna percezione della tragedia umana.

Come riesce a fare Caina sullo schermo, molto di quello che ci circonda dimostra che una società può rendere ordinario anche l’orrore, l’incredibile e la disperazione di chi muore. A rendere bene l’idea concorre anche una fotografia azzeccatissima, liquida, quella di Roberta Allegrini e Rocco Marra.

Caina esiste

Caina è un personaggio potente, costruito ad immagine e somiglianza della protagonista dell’omonimo romanzo di Davide Morganti. Stefeno Amatucci ne fu subito rapito; ed è in tandem che hanno scritto questo film, trasponendo la protagonista in una nuova storia di cattiveria. Nonostante il racconto di fantasia cercato da Morganti-Amatucci, Caina esiste sul serio, ed è più diffusa di quanto si pensi. Esiste in tutte le paure mai affrontate del diverso, in tutte le frustrazioni personali mai risolte, in tutte le insoddisfazioni mai sanate.

Esiste soprattutto in tutto ciò che del nostro paese ci ha deluso, e allora coltivare un senso di appartenenza diventa più facile, facendo muro verso ciò che solo apparentemente è altro da noi. A volte sarebbe sensato chiederci, in relazione al rispetto che pretendiamo da parte di chi arriva sulle nostre coste, se siamo stati in grado di dare il buon esempio; se siamo stati capaci di infondere noi per primi, con i gesti e i comportamenti, il rispetto per il nostro popolo, per la nostra terra, per la nostra cultura, anche e soprattutto con la prima immagine che di noi siamo riusciti a dare allo straniero. Molti dei Caini più diffusi potrebbero giungere a conclusioni sorprendenti…

Di diverso in sala c’è solo il film…

Finalmente un film diverso, un film che racconta qualcosa nel suo modo, un film dalla forte identità, quindi differente da tutti gli altri… e anche questo può insegnarci qualcosa: ovvero che raramente si resta a bocca aperta, ci si emoziona, davanti a qualcosa che non riesce a distinguersi tra la moltitudine… Un film che l’estero ha scoperto prima di noi, non a caso.

Caina è un film che bisogna conoscere. L’invito è quello di non farselo scappare nel tour di eventi che percorrerà lungo la sua distribuzione, particolare anche quella, come la storia che accompagna.

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