Cinema e Sentimento: l’altra metà (più amara) dell’amore

Cinema e Sentimento

Tra i tanti temi proposti nel mondo del cinema, quello dell’amore, soprattutto nella sua veste più adolescenziale, appare essere senza dubbio il più difficile da trattare. Il rischio di inciampare in facili stereotipi, cliché e schemi narrativi predefiniti, per ogni regista che si cimenti in simili produzioni, è costantemente in agguato. A ogni dove, si materializza la minaccia di essere additati a banali, anche solo presentando in un’intervista il soggetto del film.

Da Blue Valentine a Io & Annie, quando al cinema manca il lieto fine

Essendo l’amore un argomento leggero, che accomuna tutti in modo universale, molto più legato al mondo dei ragazzi che non a quello degli adulti, ogni sua trattazione, persino la più classica, nell’odierno periodo delle commedie romantiche patinate che infestano i cinema, è sempre più propensa a scivolare nelle definizioni di lezioso e stucchevole, soprattutto tra chi, dal mondo dell’arte, pretenda qualcosa di più del semplice intrattenimento.

Indubbiamente, il modo in cui le relazioni sentimentali sono state banalizzate nei cinema, dalle moderne produzioni, ha cambiato enormemente il nostro modo di percepirle: persino in senso retrospettivo, e in ogni aspetto dell’arte e della vita quotidiana.

Questo cambiamento della nostra percezione rispetto a un simile aspetto dell’esistenza umana è visibile nelle riletture, fortunatamente poco ponderate e spesso approssimative, delle opere classiche in una luce più contemporanea.

Tali opere appaiono dissolversi di quell’aura solenne e intoccabile che le contraddistingueva, diventando espressioni ex novo del sentimento popolare.

Impossibile, al giorno d’oggi, non trovare, incredibilmente melense le parole di Andrea Sperelli nel famoso romanzo Il piacere (1899) di G. D’annunzio: in particolare nel momento in cui, alla sua amante Elena Ferres,  il mellifluo protagonista annuncia che non immagina neanche cosa farebbe per conquistarsi un minuscolo spazio nel suo cuore. Eppure, in quel clima decadente da Fin de siècle, l’effetto prodotto da certe parole non doveva certo essere lo stesso: esse contenevano una verità che è oggi è andata sicuramente perduta. Anche la tragicità dell’amore impossibile narrato in Romeo e Giulietta (1596) è rivista, oggi, nell’ottica di una passione che vince tutto, che sceglie la morte per prolungare la propria bellezza in eterno; ma non doveva certo essere così positivo il messaggio di Shakespeare:

Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo”.

In altri campi, molte opere d’arte a tema amoroso hanno fatto la stessa fine di questi scritti. Pensiamo agli svariati dipinti che sono stati degradati a cornici virtuali: utilizzati per esprimere lo stato d’animo di ragazzine social incollate ai propri sogni. Nei vari profili Facebook e Instagram, si vedono sfilare senza soste le immagini de Il bacio di Hayez, di Klimt, e addirittura di Munch, tutti spogliati del loro significato originario, e reinterpretati banalmente secondo il sentimento di amore romantico contemporaneo, tanto sbandierato nei cinema.

Eppure l’amore non è solo questo, e molti artisti attuali hanno cercato, coraggiosamente, di analizzarlo secondo una prospettiva diversa. 

Per l’appunto, proprio nell’ambito del cinema, sono state dispiegate le più originali interpretazioni.

Tra queste, mi sento di citare Io e Annie, capolavoro di Woody Allen del 1977, vincitore di ben quattro Premi Oscar come miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista.

In questa produzione alleniana, il tema della relazione di coppia è affrontato in un’ottica adulta e matura.

Ciò che, con grande acume e intelligenza, si indaga è la possibilità, per un sentimento puro e profondo, di manifestarsi liberamente persino in un clima di insicurezza, depressione, nevrosi e ipocondria, elementi tipici della personalità del regista, in ogni sua produzione.

In Io e Annie si riflette, in sostanza, sull’eventualità che i sentimenti amorosi possano crescere spontaneamente, appianando anche i caratteri difficili di due individui complessi, paranoici, ipersensibili e completamente disillusi rispetto a qualunque possibilità di vivere felicemente.

Nel film, il comico Alvy Singer, interpretato dallo stesso regista, si ritrova a riflettere su una tale possibilità, esattamente a un anno di distanza dalla sua rottura con Annie.

La conclusione a cui giunge è certamente la più negativa, e viene presentata con lo stile eccentrico, tragicomico, e inconfondibilmente agrodolce, che caratterizza ogni commedia di Woody Allen portata nei cinema.

Tra le scene più significative, non ci si può certo esimere dal nominare quella in cui il comico, in una sua paranoica fantasia, nella quale cerca di definire il motivo per cui certe relazioni non funzionino, vedendo passare una coppia dichiara:

“Voi sembrate una coppia molto felice!”. “A cosa lo attribuite?” gli chiede.

La ragazza risponde di attribuirlo al fatto di essere superficiale, vuota, di non avere mai idee né nulla di interessante da dire, spalleggiata dal suo compagno, che afferma di essere esattamente lo stesso.

In una sua divertentissima conclusione, Singer, discutendo con Annie circa il futuro del loro rapporto, dichiara:

Una relazione credo sia come uno squalo, deve costantemente andare avanti o muore. Eh, credo che quello che è restato a noi sia uno squalo morto.”

Su questa falsariga, andando ad analizzare il tema del carattere finito e contingente di una relazione, assai interessante appare essere anche la riflessione esposta da Roman Polanski in Luna di fiele (1992), dove ogni relazione amorosa risulta essere incentrata principalmente sulla passione, sulla lussuria, le tempeste ormonali, finite le quali si precipita in un baratro fatto di abitudini, dipendenza e autodistruzione.

Andando però ad analizzare le produzioni, dei cinema, più recenti, una lettura interessante potrebbe essere certamente quella presentata nel film Submarine (2010) del regista britannico Richard Aoyade. Anche qui, la riflessione proposta riguarda sempre la possibilità di un rapporto di maturare in condizioni avverse ma, diversamente dal razionalismo cinico e anticonvenzionale di Woody Allen, ci si muove su sentieri più ingenuamente spontanei e adolescenziali.

Il timido Oliver, oppresso dalla possibilità che la serenità della sua famiglia possa essere destabilizzata dall’arrivo di un nuovo vicino, ex amante della madre, troverà  rifugio nella relazione con l’eccentrica Jordana, travolta anche lei da una spaventosa preoccupazione: la  terribile malattia che incombe sulla mamma.

In Submarine, in sostanza, si riflette sulle difficoltà di far decollare una relazione nelle incertezze e nelle insicurezze del periodo dell’adolescenza, con uno stile toccante e una fotografia fredda e malinconica, che richiama, in modo nostalgico, le atmosfere degli anni novanta. 

Lo stesso look scapigliato del protagonista ricorda quello dello strampalato cantante dei The Verve Richard Ashcroft; anche la locandina del film pare riproporre, graficamente, le copertine degli album musicali anni novanta.

Tra mille stranezze e indecisioni, la relazione tra Oliver e Jordana inizierà a prendere piede, avrà un momento di vacillamento, si interromperà, per riprendersi, forse, nel commovente finale.

I momenti di tensione emotiva e sentimentale sono ben gestiti attraverso un montaggio originale da videoclip musicale, scandito dalle musiche struggenti di Alex Turner, leader della band Arctic Monkeys, perfette per accompagnare certi istanti.

Molto toccante la scena in cui, per esprimere il dolore di Oliver, nel momento in cui rompe il suo fidanzamento con Jordana, il regista mostra il ragazzo disteso nel letto della sua camera che sprofonda in un oceano, sotto le note delicate di It’s hard to get around the wind di Alex Turner.

“Credo che questo mi importerà anche quando avrò trentotto anni.”

Dice Oliver, ai genitori, deciso a recuperare il suo rapporto con Jordana.

Ancora anni novanta, ma con una fotografia molto più sognante e malinconica, nel film Noi siamo infinito (2012), trasposizione cinematografica del romanzo Ragazzo da parete di Stephen Chboski, di cui lo scrittore è anche il regista.

Qui si analizza ancora la complessità del far funzionare una relazione nel periodo della giovinezza: la vicenda riguarda un ragazzo travolto da problemi ancora più gravi di quelli vissuti da Oliver. Nemmeno il rapporto con Sam, interpretata dalla splendente Emma Watson, potrà liberare il timido Charlie dal peso opprimente del suo passato.

L’apoteosi in termini di tragicità e drammaticità sentimentale, però, è quella raggiunta nel freddo e minimale Blue Valentine (2010), diretto dal regista statunitense Derek Cianfrance, dove un trasandato Ryan Gosling tenterà di rimettere insieme i cocci di un rapporto logoro, nel quale aveva investito tutto se stesso.

Una fotografia glaciale e penetrante, accompagnato da perforanti tonalità in blu scuro, narra, con un impatto devastante, le sorti di una relazione destinata a non funzionare.

Questi cinque film analizzati offrono una visione dell’amore che non è certamente quella che siamo abituati a vedere nelle commedie romantiche sentimentali propinate nei cinema; e che pochi artisti si sentono veramente di ammettere. Ve ne sono sicuramente molti altri, ma questi li considero i più rappresentativi di tale tentativo di individuare il lato più amaro delle relazioni sentimentali.

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