Cuori Puri, recensione film: l’amore tra senso del dovere, del pudore e del piacere

Cuori Puri Film 2017

Cuori Puri, opera prima del regista Roberto De Paolis, arriva nelle sale italiane dopo esser stato presentato alla Quinzaine del Festival di Cannes 2017.

Cuori Puri, un insieme di “sensi” per raccontare la semplicità dell’amore

Arriva in queste ore nelle sale Cuori Puri, opera prima del regista Roberto De Paolis. Il film è stato il terzo titolo, dopo A Ciambra di Carpignano e L’Intrusa di Di Costanzo, a rappresentare l’Italia alla Quinzaine del Festival di Cannes 2017. Un’accoglienza positiva è stata riservata ad una pellicola capace di unire diversi elementi, pronti a provocare sentimenti contrastanti nello spettatore.

Sin dalle prime sequenze del film facciamo la conoscenza di Agnese (Selene Caramazza) e Stefano (Simone Liberati), due ragazzi della periferia romana, appartenenti a due contesti famigliari nettamente opposti: lui è ormai abituato a cavarsela da solo, pressato dalle responsabilità nei confronti dei propri genitori, ormai prossimi al fallimento e quindi allo sfratto abitativo; lei è invece fin troppo protetta, da una madre ossessiva e dal contesto parrocchiale in cui è stata cresciuta.

Già in questo caso, Cuori Puri ci mostra il primo “senso” che accomuna i due ragazzi, ovvero quello del dovere. Stefano deve infatti trovare il denaro e la pazienza necessari per sostenere sua madre e suo padre. Agnese deve invece assecondare quelle che, più che semplici desideri o speranze, non sono altro che vere e proprie pretese di sua madre, Marta (Barbora Bobulova).

La ragazza è prossima a promettere, di fronte al Cristo, di voler arrivare vergine al matrimonio, con l’obiettivo, dunque, di rimanere casta e pura. Ha occhi sognanti Agnese, immaginando il giorno delle proprie nozze, eppure, in qualche modo, percepisce di appartenere ad una generazione differente da quella nella quale è cresciuta sua madre.

Stefano urla la sua rabbia, Agnese bisbiglia il suo amore

In tempo in cui l’amore si consuma velocemente ed il desiderio viene lasciato libero di essere, non è semplice mantenere intatto il proprio “senso” del pudore. E, ben presto, l’unico desiderio di Agnese sarà quello di assecondare le proprie voglie e quelle di Stefano, un ragazzo che, conosciuto in un contesto non affatto semplice, si rivelerà essere tenero ed affidabile, disposto ad aspettarla ancora e ancora. Qui entra in gioco il loro “senso del piacere”.

In realtà, Roberto De Angelis, tra i firmatari della sceneggiatura, sceglie di mostrarci anche un’altra parte di Stefano, quella “contaminata” dalla cinica realtà della vita, ovvero quella che, se hai bisogno di denaro per vivere, ti costringe a spacciare droga o rubare a qualcuno che soffre la miseria come (e più) di te. A rappresentare “la voce cattiva” della sua coscienza è Lele, interpretato da Edoardo Pesce, presente a Cannes anche con il film Fortunata di Sergio Castellitto.

Agnese bisbiglia, Stefano urla. Lei è una timorata di Dio, lui è un ragazzo di strada, il quale però non inciampa nel classico cliché del “bello e dannato”, poiché, in fondo, ha un’anima buona ed onesta. In qualche modo, tra i due scatta un vero e proprio colpo di fulmine, scatenato da un “senso di protezione” che li avvicina l’uno all’altro. Il primo contatto fisico tra loro avviene sott’acqua, lì dove nulla è peccato.

A convincere la ragazza a lasciarsi andare saranno le parole del parroco, Don Luca, interpretato da uno Stefano Fresi pronto a lasciarsi alle spalle l’esperienza delle droghe (Smetto Quando Voglio, ndr) per indossare l’abito talare. Sarà lui ad affermare che “Dio perdona, sa che non è facile rimaner fedeli ad ogni suo comandamento e ci accetta per ciò che siamo”. Nessun miglior invito, questo, per Agnese, che sceglie dunque di vivere pienamente (o quasi) la propria passione nei confronti di Stefano, salvo poi, subito dopo, percepire sulla propria pelle l’ennesimo “senso” del film, quello di colpa, unito alla sensazione di essersi “sporcata” di un peccato imperdonabile.

La voce di Dio si alterna alla voce del popolo

Alla voce di Dio si alterna la voce del popolo. In Cuori Puri veniamo infatti a contatto con i contrasti sociali che vedono protagonisti i cosiddetti poveri di serie A e poveri di serie B, e quindi i conflitti tra “italiani” e “profughi”, tra “romani” e “rom”. Insomma, ciò che colpisce maggiormente del film è l’estrema naturalezza della recitazione e della sceneggiatura, mero frutto di una lente d’ingrandimento posta sulla quotidianità degli “ultimi”.

I Cuori Puri a cui fa riferimento il titolo del film sono quelli di due ragazzi desiderosi di vivere ciò che per loro c’è di più puro, l’amore, rimanendo ben lontani dal rischio di esser contaminati dal mondo che li circonda. La regia si presta completamente ai vari individui che animano la scena, li segue ciecamente ed evidenzia tutto il senso di disagio che traspare dai loro occhi e dalle loro gesta. C’è sensualità, c’è rabbia, ma soprattutto c’è realtà, senza troppi colpi di scena ma con l’unica voglia di far sì che lo spettatore si identifichi nella spontaneità dei suoi protagonisti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Ti potrebbe piacere anche..

News categoria
Leggi ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi