Dario Argento: gli esordi gloriosi e la caduta del regista romano

Dario Argento-regista

Dario Argento, celebre regista romano, è considerato, univocamente, il maestro del giallo e dell’horror all’italiana. Analizziamo insieme il suo percorso, fatto di innovazioni e sperimentazioni visive; ma anche di importanti intuizioni estetiche e narrative, le quali sembrano essere andate perdute negli ultimi anni della sua carriera.

Da L’uccello dalle piume di cristallo a Opera: le innovazioni stilistiche del maestro del brivido

Nell’immaginario artistico dei membri delle vecchie generazioni, le quali hanno avuto la fortuna di vivere a pieno lo strepitante fermento culturale degli anni settanta e ottanta, fomentato dalle musiche dei Doors, dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin, dei Deep Purple, roboante dei versi e delle poesie di Ferlinghetti e Allen Ginsberg, e illuminato dalle letture di Marcuse e di Erich Fromm, al livore denso e scarlatto del sangue, solo un altro colore sembra naturalmente e incontestabilmente accostarsi: il colore dell’argento.

Capostipite del giallo all’italiana, tanto da essersi guadagnato, nei suoi anni più fertili, il soprannome di “Hitchcock italiano”, perverso narratore di crudeltà e psicopatologie, costantemente presentate attraverso l’uso di un’inquietante e ansiogena soggettiva, dove le mani guantate dell’assassino si prestano a infilzare bambole di pezza con acuminati spilli, si dilettano a piantare coltelli sulle sventurate vittime, e a sussurrare frasi spaventose alternate a raggelanti e allucinati respiri, il regista italiano Dario Argento ha accompagnato, per lungo tempo, con il colore fulgente evocato dal suo cognome, le scene di sangue più truci.

Sebbene l’incontestabile declino artistico, avuto a partire dagli anni novanta, renda difficile, per le nuove generazioni, capire veramente l’importanza di questo regista, nel periodo compreso tra gli anni settanta e ottanta il genere giallo e thriller sono stati completamente rivoluzionati dall’introduzione straordinaria di alcuni espedienti stilistici narrativi tipicamente argentiani. Tali innovazioni hanno determinato, sia in patria che all’estero, un’entusiastica ondata di fenomeni imitativi che sono valsi al regista, a testimonianza della sua mirabile capacità di evocare paura e inquietudine, l’appellativo di “maestro del brivido”.

Del carattere innovatore dello stile argentiano ne abbiamo un valente assaggio già all’esordio alla cinepresa del regista romano, costituito dal film L’uccello dalle piume di cristallo (1970). In questa prima opera, una sperimentazione ibrida e avanguardistica di diversi generi tra cui il giallo, il thriller e in parte anche il noir, il regista, seppur in una forma ancora acerba, presenta, in modo sommario, diversi elementi che andranno presto a definire il suo personale stile di regia.

Tra questi possiamo citare l’alternanza frenetica, e quasi paranoica, di piani sequenza e di primi piani, con inquadrature violente e martellanti sugli occhi, in una maniera che quasi ricorda Sergio Leone, e ai vari oggetti necessari allo spettatore per ricostruire l’identità dell’assassino che opera in questo giallo argentiano.

Dario Argento ha raccontato, in varie interviste, di essere rimasto colpito, in infanzia, dai racconti terrificanti di Edgar Allan Poe; e alcuni elementi della narrativa del celebre scrittore de Il corvo, emergono nello stile whodunit adoperato dal regista nei suoi primi film, pellicole dove sembra di vivere racconti come La lettera rubata (1845) e I delitti della Rue Morgue (1841), e di seguire le intuizioni del celebre investigatore Auguste Dupin. A rendere più disturbanti le scene vi è l’impiego di certe colonne sonore disordinate e allucinate, e un certo uso, suggestivo e surreale, dei colori e della fotografia, oltre a rumori di carni squarciate e muscoli strappati amplificati al massimo, e a divertenti intermezzi comici, come quello del pittore in crisi mistica che si ciba dei gatti.

Interessante anche il montaggio sperimentale, ricco di fotogrammi che fungono da pronostico alla scena successiva.

Tuttavia l’espediente più originale adottato dal regista romano, che diventerà successivamente il marchio di fabbrica delle sue produzioni, è quello dell’uso della soggettiva, della prospettiva vissuta, nel mostrare le attività efferate dell’assassino; elemento che permette di indagare, in modo profondo e convincente, nella mente e nella personalità dei suoi soggetti psicotici.

Tali elementi, presenti in nuce in questo primo film, saranno approfonditi e padroneggiati in modo sempre più personale nei successivi Il gatto a nove code (1971) e Quattro mosche di velluto grigio (1971), dello stesso anno, lungometraggi che vanno a costituire la cosiddetta Trilogia degli animali, in virtù del fatto che, nei titoli, vengono citati sempre nomi di animali.

Nel percorso seguito attraverso questi tre film lo stile registico di Dario Argento, oltre che a limarsi e definirsi, incomincia ad affrancarsi lentamente dai canoni classici del giallo all’italiana e a proiettarsi verso la forme più estreme di un horror dalle ambientazioni fiabesche e surreali. Proprio la scenografia costituisce il vero punto di svolta del regista romano; quello che rappresenta il suo periodo d’oro, e che rimarrà, attraverso inferni surreali, dipinti in scenografie tremende e angosciose, impresso per sempre nel cuore dei suoi fan.

Il passaggio avviene in maniera perfettamente graduale, facilmente inquadrabile, dallo spettatore, in una serie di step consequenziali che vanno dall’utilizzo del regista della prospettiva in prima persona per indicare aspetti sempre più macabri e psicotici della personalità dell’assassino, l’ossessione di Argento per la psicopatologia, il sadismo, la vena maniacale attraverso cui vengono tracciate alcune sequenze di sangue nelle scene relative agli omicidi, fino a raggiungere il suo apogeo espressivo nel celebre film Profondo Rosso (1975), con la famosa traccia musicale composta dal gruppo musicale rock progressive Goblin con Claudio Simonetti alle tastiere. Sebbene il film sia inquadrabile ancora nei canoni del thriller e del giallo, vi sono già alcuni particolari macabri che lasciano intuire la successiva e decisa virata verso l’horror: la bambina sadica che si diverte a torturare lucertole e piccoli animali, l’agghiacciante sequenza finale, in cui all’assassino viene reciso il collo da un ciondolo che gli era rimasto impigliato tra le porte di un ascensore in movimento.

 

In questa scena possiamo vedere un sadico e autocompiaciuto primo piano di Argento, teso malignamente sul sangue che si spande dal collo dello sventurato assassino.

La svolta espressionista

La svolta avviene con il film Suspiria (1977) dove l’elemento giallo viene del tutto rimpiazzato da quello horror. La cosa interessante è che Argento non si limita semplicemente ad accentuare la vena macabra e sadica delle uccisioni; ma si impegna, in modo del tutto originale, a ricercare una particolare estetica del sadismo, una poetica della crudeltà: lo studio della fotografia, della luce e della scenografia, viene adoperato al fine di accentuare in modo perverso l’effetto violento ed esasperato delle uccisioni. Viene tentato, in pratica, un esperimento visivo rivolto alla raffigurazione parossistica della violenza, una caleidoscopio di perversione, dove ogni elemento è teso verso la massima espressione della crudeltà.

Nel film, una brillante studentessa di danza classica, iscritta a una prestigiosa scuola di danza a Friburgo, scopre che l’edificio è stato fondato, in realtà, da una crudele strega, e che all’interno di essa si pratica magia nera da parte delle insegnanti, membri di un’antica congrega.

L’intera scenografia della scuola di danza è stata allestita, attraverso forme barocche e colori accesi e fulminanti, al fine di donare un tono surreale alla pellicola; per la fotografia, delle livide e angosciose luci ad arco sono state ricoperte con delle stoffe, così da spandersi in modo fiabesco sui volti degli attori; anche per la location sono stati scelti dei posti evocativi come la suggestiva Foresta nera in Germania.

Suspiria Dario Argento

La fotografia perforante, e l’architettura della scuola, dove dominano colori accesi come il rosso e il viola, compongono, nelle scene di violenza, un quadro di perversione suggestivo, e perfettamente curato in ogni dettaglio, in cui anche l’elemento più minuto non è inserito a caso, ed è disposto in modo da donare allo spettatore una sensazione di straniamento. Una persona malata di cuore avrebbe probabilmente un eccesso incontrollabile di pulsazioni di fronte all’agghiacciante sequenza del primo omicidio, mostrata, come in quadro, in un tripudio estetico di sangue e colori che penetrano la pupilla.

In questa svolta estetica, allestita in modo tanto perverso e minuzioso, un ruolo essenziale ha avuto senz’altro l’attrice e sceneggiatrice Daria Nicolodi, storica compagna del regista, la quale ha aiutato Argento nella sceneggiatura, inserendovi alcuni elementi tipici delle fiabe e, addirittura, alcuni racconti della sua infanzia. Purtuttavia, la sensibilità visiva del regista romano non era certo meno preparata a simili sperimentazioni: il regista l’ha affinata sin dall’infanzia, passando lunghi pomeriggi nello studio della madre fotografa, e studiando la disposizione della luce e la cura dei particolari.

In sostanza, quello che Dario Argento applica con successo in Suspiria è la trasposizione del linguaggio espressionista, tipico del cinema tedesco degli anni trenta, nell’universo horror delle fiabe gotiche moderne.

Rispetto al remake di Suspiria, proposto da Luca Guadagnino, che uscirà il 2 novembre nelle sale italiane, si spera possa conservare almeno un minimo della magia estetica e perversa dell’originale.

Con il film Suspiria, Dario Argento inizia un’altra trilogia, quella delle tre madri, il cui capitolo successivo è costituito dal film Inferno (1980). Qui vengono ripresi alcuni motivi estetici di Suspiria, come le infernali luci scarlatte, alternati, però, a scene di orrori surreali tipici dei film di Fulci. Agghiacciante la scena in cui un libraio, dopo esser stato aggredito, a seguito di un incidente, da una colonia di ratti, chiede aiuto al proprietario di un chiosco il quale, invece di liberarlo, lo accoltella furiosamente gettandolo in un fiume.

Inferno-Dario Argento-1980

Dopo Inferno, Argento riprende con il giallo Tenebre (1982), sfoggiando l’eleganza di uno stile reso ormai distintivo dal gusto per il feticismo, la deviazione mentale, e i colori abbacinanti e angosciosi. Dario Argento prosegue poi con l’horror Phenomena (1985) e il perverso thriller Opera (1987), con la sequenza bellissima e studiatissima di uno stormo di corvi che aggredisce l’omicida.

Per quanto bello, Opera costituisce indiscutibilmente il canto del cigno di Dario Argento: un film che, seppur apprezzabile e perfettamente argentiano, incomincia a far sentire una certa stanchezza e decadenza nella regia e nelle trovate estetiche.

Dopo Opera il calo di Dario Argento è infatti percepibile non solo al livello di idee, che vengono ormai continuamente riciclate; ma anche al livello di gusto estetico e narrativo che il regista sembra aver perduto irrimediabilmente.

La caduta degli anni ’90

 

I due film Trauma (1993) e La sindrome di Stendhal (1996) non presentano nessuna delle personali tecniche stilitiche ormai marchio di fabbrica del regista: la prospettiva in prima persona è rimasta, ma è ormai stanca e poco credibile; la regia è anonima e quasi televisiva; la fotografia non è più animata dalle sfumature fiabesche e espressioniste di Inferno e Suspiria.

La sua rivisitazione de Il fantasma dell’opera (1998) è stata deludente; e la scelta di concludere la trilogia delle tre madri nel 2007, a distanza di 27 anni da Inferno, appare del tutto discutibile. Il suo ultimo film Dracula 3d (2012) è stato accolto tiepidamente.

In conclusione, il contributo lasciato da Argento nel genere horror e thriller è stato senza dubbio fondamentale, e ha fatto scuola a tutti i successivi cineasti lanciatisi in questo genere; tuttavia il periodo di crisi creativa del regista, iniziato in modo innegabile dopo Opera, sembra ormai aver raggiunto uno stato di totale irreversibilità. Il problema fondamentale, forse, è che il regista romano è riuscito a sopravvivere a un genere di cui, sebbene egli ne possa essere considerato il maestro, pare non vi sia più nient’altro da dire. Tale filone cinematografico appare ormai finito e anacronistico, e si avvale di tecniche narrative completamente diverse, basate sul jumpscare e il senso di tensione creato digitalmente. Si spera, in futuro, che il regista possa recuperare la propria creatività esattamente sulla base di questo; anche se, per il momento, pare aver abbandonato la cinepresa ed essersi gettato, invece, nel teatro e nella scrittura.

Vi lasciamo con i trailer del nuovo a Suspiria di Guadagnino, nella speranza che possa far onore all’atmosfera agghiacciante dell’originale.

2 Commenti
  1. Selene Virdò 3 mesi ago
    Reply

    Ciao Andrea, sono una tua collega di penna, che più o meno tre mesi fa, ha scritto proprio qui un articolo su Dario. Volevo solo precisare, che in Profondo Rosso, a specchiarsi nel sangue di Clara Calamai, alias l’assassina, non è Dario Argento ma lo stesso attore protagonista David Hemmings, unico testimone della tragica ma giusta fine della donna. Buona serata

    • Andrea Moretti 3 mesi ago
      Reply

      Ciao Selene, ti ringrazio per la precisazione, devi essere davvero una fan accanita di Dario Argento per avermi fatto notare questo particolare, e su questo direi che potremmo andare d’accordo. Tuttavia mi trovo costretto a ribattere che nella frase da te presa in esame – che ammetto poteva risultare un pochino ambigua nella sintassi- ciò che veramente volevo esprimere era che, nella scena della morte dell’assassina, viene realizzato un sadico primo piano del volto della stessa nel momento in cui il collo le viene reciso dalla collana impigliata, e non che il volto di Dario Argento si specchiasse nel sangue.
      Hai fatto bene a farmelo notare, comunque, poiché, ripeto, la frase potrebbe apparire ambigua.

      Buona serata a te.

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