Dario Argento: il tema della paura nei maggiori capolavori del regista

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Pur avendo temporaneamente intrapreso il mestiere dello scrittore, con la biografia Paura (2014) e con il recente libro di racconti Horror. Storie di sangue, spiriti e segreti (2018), Dario Argento rimane uno dei registi italiani più geniali e rappresentativi del genere thrilling e horror. Rivediamo, di seguito, alcune tra le sue opere più celebri.

Dario Argento, il maestro del brivido italiano

L’uccello dalle piume di cristallo

La trama del film: L’anno di produzione è il 1970, e L’uccello dalle piume di cristallo rappresenta lo spiazzante esordio alla regia del director romano e maestro della paura Dario Argento, classe 1940.

Dato dalla commistione tra giallo, thriller e noir, e basato sul romanzo La statua che urla di Fredric Brown, racconta la storia dello scrittore americano Sam Dalmas (Tony Musante), che in una galleria d’arte di Roma, assiste impotente all’accoltellamento di Monica Ranieri (Eva Renzi).

Fortunatamente è un tentato omicidio, ma quando il commissario Morosini (Enrico Maria Salerno), dice a Sam che l’aggressore potrebbe essere lo stesso delle altre vittime, indagare e trovare il colpevole diventa una questione di principio. Nel mirino del killer però, finisce anche Sam, vera e propria spina nel fianco per l’assassino, che arriva a minacciare di morte la fidanzata Giulia (Suzy Kendall).

La polizia comunque, riesce a salvare la giovane, mentre un amico di Sam, grazie ad una telefonata dell’omicida che lo scrittore aveva registrato, scopre che la chiamata proviene dall’abitazione della Ranieri.

Sam, Giulia e Morosini quindi, si precipitano da Monica, che è minacciata con un coltello dal marito Alberto (Umberto Raho).

L’uomo, dopo aver confessato di essere l’autore di tutti i delitti, muore precipitando da una finestra. Il caso parrebbe chiuso, ma invece, Monica e Giulia sono improvvisamente sparite, l’amico di Sam è morto, e lo stesso scrittore è in serio pericolo. L’unico che può risolvere la situazione è infine Morosini.

Scene memorabili del film

Le scene memorabili di L’uccello dalle piume di cristallo, sono quella iniziale, con l’aggressione omicida mancata nella galleria d’arte, quella della ragazza uccisa nell’ascensore di un palazzo, e quella dell’assassino che cerca di penetrare nell’appartamento di Sam Dalmas, per togliere la vita alla fidanzata Giulia.

In tutte e tre prevale un senso di totale smarrimento, di claustrofobia, di apprensione e puro terrore, per quello che sta per accadere. Nell’attesa dell’atto criminale, luce e buio si scambiano i ruoli, senza nulla togliere alla sequenza da paura e tensione costante che lo spettatore vive.

Tema della paura nel film

Nel film di Dario Argento, la paura è tutta incentrata sulla figura in nero dell’assassino, con impermeabile, cappello e guanti di pelle anch’essi scuri, sull’ossessivo utilizzo delle armi bianche, e sullo stuzzicante e inquietante gioco al gatto con il topo tra carnefice e perseguitato, soprattutto attraverso voci contraffatte al telefono.

A livello tecnico-registico invece, la paura si manifesta con abili tecniche di ripresa, come lo stacco dal piano lungo al primo piano, l’uso di carrellate, soggettive e primissimi piani su oggetti e occhi, senza dimenticare l’impiego della fotografia, con colori e luci particolari, della colonna sonora allucinante con l’amplificazione dei rumori, qui opera del grande Ennio Morricone, e del montaggio alternato, che permette di passare da un fotogramma all’altro, anticipando le rispettive sequenze cariche di suspense.

Il gatto a nove code

É il 1971 quando Dario Argento porta sul grande schermo Il gatto a nove code, altro thriller di successo che ha come protagonisti il giornalista Carlo Giordani (James Franciscus) e l’anziano enigmista non vedente Franco Arnò (Karl Malden).

I due iniziano a investigare sulla misteriosa morte del dottor Calabresi (Carlo Alighiero), un genetista deceduto in un incidente ferroviario, e pochi giorni dopo anche di quella della sua compagna Bianca Merusi (Rada Rassimov).

I colpevoli sono tanti, ma c’è sempre un particolare che sfugge, per poi diventare più chiaro, a mano a mano che ci si avvicina alla conclusione della tragica ed intricata vicenda.

Qui, la risoluzione del caso, è data da un’interessante trovata, quella della mutazione genetica dell’individuo. A causa di un cromosoma in sovrannumero all’interno del Dna, è possibile affermare che una persona è facilmente soggetta a compiere omicidi.

La scena memorabile del film: La scena di paura memorabile in Il gatto a nove code di Dario Argento, è certamente quella del cimitero di Torino.

Giordani e Arnò alle prese con il recupero del medaglione di Bianca, che è stato seppellito insieme al cadavere di lei.

Due autentici sprovveduti che s’improvvisano detective, soli, in mezzo ad innumerevoli tombe, e avvolti da un silenzio spettrale.

Soggettiva dell’assassino già sulle loro tracce, suo ferimento fuori campo grazie al bastone dell’anziano non vedente, e salvataggio del giornalista, rimasto chiuso nella cripta accanto alla salma di Bianca.

Profondo Rosso

Sono entrata in contatto con una mente perversa. I suoi pensieri sono pensieri di morte… Tu hai già ucciso e sento che ucciderai ancora!…“.

Il 1975 è invece la volta del thriller-horror Profondo Rosso, e qui Dario Argento raggiunge la perfezione, come pure in Suspiria e Inferno.

In Profondo Rosso, una sensitiva tedesca, Helga Hullmann (Macha Méril), avverte la presenza di qualcuno, il cui desiderio è quello di uccidere. La stessa sera la donna muore brutalmente per sua mano.

Testimone della mattanza, è il giovane pianista inglese Marc Daly (David Hemmings), aiutato nelle indagini dalla giornalista Gianna Brezzi (Daria Nicolodi). Nello stesso tempo, è anche sostenuto moralmente dall’amico alcolizzato Carlo (Gabriele Lavia), figlio dell’ex attrice Marta (Clara Calamai). Deciso a scoprire tutta la verità, Marc sfiderà l’assassino mettendo a repentaglio la sua vita.

In questo film, sono presenti molte analogie con le produzioni precedenti di Dario Argento, e nuovi fondamentali elementi. Tra questi, la percezione alterata della realtà, il confronto tra il proprio subconscio e il passato, e la paura di ripercorrere ciò che ha sconvolto la propria psiche. Niente è come sembra, e la realtà e l’immaginazione si compenetrano, mischiandosi inesorabilmente fra di loro.

Permane un dettaglio mancante che diventa punto focale dello sguardo, una porta invisibile verso un passato dimenticato e colmo di rabbia, sangue e dolore. E tutto questo è pervaso da una melodia agghiacciante, che riporta alla memoria un trauma infantile.

In più, nel film troviamo l’uso del flashback, necessario perché tutto abbia un senso e il destino dei personaggi si compia, nel bene o nel male. Mirabile è infine il piano sequenza del film, con lo zoom su bamboline e biglie colorate dell’assassino, che si appresta a entrare in azione. Qui sotto il trailer di Profondo Rosso di Dario Argento:

Suspiria e Inferno

La magia è quella cosa che ovunque, sempre, e da tutti è creduta!…“.

Concludendo, ecco gli anni 1977 con Suspiria, ispirato al romanzo Suspiria De Profundis di Thomas de Quincey, e il 1980 con Inferno. Il primo film è considerato l’horror per eccellenza di Dario Argento, mentre il secondo ne è la sua degna prosecuzione.

In Suspiria, Susy Benner (Jessica Harper), ballerina americana di danza classica, vola in Germania per frequentare una celebre accademia. Dopo il suo arrivo però, incominciano ad accadere terrificanti eventi, legati alla vicedirettrice madame Blanche (Joan Bennett) e all’insegnante miss Tanner (Alida Valli).

In realtà, le due donne non sono altro che orribili e malefiche streghe, comandate da una ancora più temibile, Helena Markos detta Mater Suspiriorum. In seguito alla perdita dell’amica Sarah (Stefania Casini), Susy affronterà le megere, riuscendo poi a fuggire dall’edificio in fiamme.

Analisi di Suspiria

Suspiria è paura atavica per le credenze popolari verso magia nera e orridi sortilegi. Il film è stato concepito pensando alle fiabe della nostra infanzia come Alice, Biancaneve, Barbablù e Pinocchio, ma in chiave decisamente più gotica. La scenografia, così come la fotografia, colma di colori accentuati, hanno preso massiccio spunto dall’espressionismo tedesco, con i suoi mondi irreali, distorti, allucinatori e soprannaturali.

Altra caratteristica di questo stile, è il primo piano di volti con effetti demoniaci, tenebrosi, truccati pesantemente e con espressioni sovraccariche.

Da non dimenticare poi, l’impiego di fondali dipinti, con angoli acuti e ombre marcate, con ampia accentuazione del tono fantastico del film.

La trama di Inferno

Io, Varelli, architetto in Londra, ho conosciuto la Madre dei Sospiri, la più anziana delle tre, abita a Friburgo. La Madre delle Lacrime, la più bella, governa a Roma. La Madre delle Tenebre, la più giovane e la più crudele, impera su New York. Madri, matrigne che non partoriscono la vita, signore degli orrori della nostra umanità…“.

Infine, in Inferno, dove tutti gli aspetti tecnico-artistici sono enormemente enfatizzati e visionari, ci troviamo di fronte al personaggio della poetessa Rose Elliott (Irene Miracle). La ragazza acquista un antico libro in lingua latina dell’architetto Varelli, che parla delle Tre Madri, Suspiriorum, Lacrimarum e Tenebrarum.

Questo è un trio di potentissime streghe, e Rose comprende che l’appartamento in cui risiede, si trova in una delle tre case che Varelli ha fatto costruire per loro.

Rose, impaurita, scrive una lettera al fratello Mark (Leigh McCloskey), supplicandolo di raggiungerla in fretta, ma l’incubo mortale è già in corso, come pure la drammatica fine di Rose.

Qui sotto i trailer di entrambi i film di Dario Argento:

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