Detroit, recensione del film di Kathryn Bigelow: “Don’t clean up this blood”

Detroit Film Kathryn Bigelow 2017

È stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2017 il film Detroit, ultimo lavoro della regista Kathryn Bigelow. Ecco la nostra recensione in anteprima.

Kathryn Bigelow torna alla regia con “Detroit”

Ogni persona ha il suo peccato da espiare, così come ogni Paese ha la propria macchia che ne segnerà per sempre la storia e la reputazione internazionale. Senza rimanere nei confini europei, ci spostiamo direttamente oltreoceano, negli Stati Uniti.

Lo facciamo attraverso Detroit, l’ultima fatica cinematografica di Kathryn Bigelow, entrata nella storia cinematografica per essere stata la prima donna ad aver vinto l’Oscar alla Miglior Regia. Accadeva nel 2008 con The Hurt Locker, ad oltre quindici anni di distanza da Point Break (1991) e appena quattro anni prima di un altro acclamato film, Zero Dark Thirty (2012).

Adesso che è trascorso un lustro dal suo ultimo lavoro, Kathryn Bigelow torna dietro la macchina da presa con Detroit. E dopo essersi mossa nei territori dell’Iraq (The Hurt Locker) e del Pakistan (Zero Dark Thirty), la regista sceglie di non allontanarsi dal genere storico ma di tornare nei confini americani.

I riflettori si accendono sulla metà del ‘900, il secolo delle guerre e delle migrazioni. Nei periodi bellici milioni di persone si sono mosse dal continente nero al nuovo continente, dando vita a quello che oggi conosciamo come multiculturalismo. Ma, nonostante personaggi come Rosa Parks e Martin Luther King abbiano contribuito a spianare la strada per il riconoscimento dei diritti civili, negli States non sempre tutto è andato per il verso giusto.

Negli anni in cui ragazzi afroamericani perdono la vita per mano della polizia statunitense. Negli anni in cui Paesi cosiddetti “civilizzati” vengono accusati di aver perpetrato torture su persone disarmate. Proprio in QUESTI anni, ci rendiamo conto che in mezzo secolo, ovvero nel periodo trascorso dai fatti di Detroit, le cose non sono cambiate affatto. Non ci ha insegnato niente tutto il sangue versato durante quei giorni. Non lo abbiamo solo pulito da terra, ma lo abbiamo rimosso definitivamente anche dalla nostra mente. Sceglie quindi di ricordarcene Kathryn Bigelow, attraverso Detroit.

Ci sarebbe da dire “Non pulire questo sangue”

Dopo averci raccontato in che modo si è raggiunto un livello così alto di astio interrazziale, il film ci immerge nel cuore di quella maledetta notte di cinquant’anni fa. Era il 23 luglio 1967 quando una parte di Detroit dormiva e l’altra si godeva le piacevoli temperature della calda stagione. Un raid della polizia all’interno di un party “clandestino” infiamma gli animi allo stesso modo in cui, poco dopo, vengono infiammate le auto della polizia. Alla caduta dell’ennesima goccia, il vaso si è rotto e, per certi versi, non si è mai più riaggiustato.

Il film ci permette di conoscere uno spezzone della vita dei suoi protagonisti, a cominciare da Dismukes, un vigilante interpretato da John Boyega. Un ragazzo tranquillo, deciso ad onorare al meglio il proprio lavoro ma che, purtroppo, peccherà più volte di omertà. Con lo scorrere delle scene, ci troviamo di fronte a diversi uomini con indosso la divisa, impegnati in egual modo a tentare di contenere la rappresaglia urbana.

Ma se tra le strade urlano le sirene della polizia, parallelamente i ragazzi vivono al meglio la propria gioventù. Loro rimangono al di sopra delle differenze razziali, danno vita a nuove amicizie e conoscenze, ignari di quanto stia per accadere. Nel giro di poco tempo, infatti, tutti vorranno sentirsi dire che “andrà tutto bene” ma, purtroppo, così non sarà. Proprio qui Kathryn Bigelow accende i riflettori sulla vita di Fred, interpretato da Jacob Baltimore.

Lui è il simbolo del film. Sarà suo lo stravolgimento emotivo più evidente. Nelle prime sequenze di Detroit lo vediamo come un ragazzo pieno di sogni. Ama il canto, ha una voce splendida e desidera vivere della propria passione per la musica. Leader dei Dramatics, si troverà catapultato dal paradiso all’inferno più profondo. I suoi piani per il futuro si disintegreranno come i frantumi delle bottiglie lanciate per le strade della città o come le vetrine dei negozi dilaniate dai vandali e dagli sciacalli.

C’è profumo di Oscar nell’aria

E così, dal caos urbano, Detroit ci catapulta all’interno del Motel Algiers. Senza neanche rendersene conto, ci si ritrova chiusi tra le quattro mura dell’edificio e, per oltre un’ora, il film assume le sembianze di un dramma claustrofobico. Da spettatore, ci si sente soffocare, con il cuore che galoppa al ritmo dei colpi di pistola e dei manganelli usati per colpire il gruppo di giovani “malcapitati”.

Detroit presenta uno scenario saturo di violenta follia e omertà, ed è un bene che Kathryn Bigelow scelga di dar vita a questo film proprio a cinquant’anni esatti dal “fattaccio”, tra i più deplorevoli della storia americana. Una macchia che non lascia pulito nessuno. Tutti hanno fatto la loro parte, in negativo, ma, come la storia ci ricorda, nessuno ha pagato per quanto accaduto quella notte.

Quando sul grande schermo scorrono i titoli di coda, si esce dalla sala pieni di rabbia o, peggio ancora, con quel velo di impotenza che, a lungo andare, ci rende tutti impassibili e indifferenti alle ingiustizie sociali. In Detroit musica la fa da padrona, andando a contrastare il suono sordo degli spari o le urla di disprezzo degli uomini. Alla fine del film scende la neve, quasi a voler coprire quanto accaduto in quel periodo storico. Possa il sangue versato quella notte servire a risvegliare le coscienze di chi, ancora oggi, non fa nulla per potersi schierare dalla parte giusta della storia. Per quanto riguarda il film, ne sentiremo di certo parlare con l’avvicinarsi degli Academy Awards 2018, previsti per il 4 marzo del nuovo anno.

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