Disobedience: recensione del film con Rachel Weisz e Rachel McAdams

Disobedience

Disobedience mette in scena, senza concedersi troppo allo spettatore, l’amore tra due donne all’interno di una rigida comunità ebraica.

Disobedience, la forza di un fim non facile sul tema del libero arbitrio

Disobedience arriva nelle sale italiane dopo l’esordio al Toronto Internationl Film Festival nel settembre 2017 e con qualche mese di ritardo rispetto a quello nelle sale americane avvenuto nell’aprile scorso. Film come Disobedience non sono nuovi a questo tipo di trattamento distributivo, un po’ perché l’uscita contemporanea non serve, un po’ perché alla fine si sa già a che tipo di pubblico si può ambire. Disobedience è infatti un prodotto per cinefili, ma l’ultimo film del regista cileno Sebastián Lelio, autore di Gloria e Una donna fantastica, ha le caratteristiche per poter interessare anche un altro tipo di spettatore, quello che è in cerca di una storia ostica.

Disobedience è la trasposizione dell’omonimo libro di Naomi Elderman e racconta la storia di due donne. C’è Ronit (Rachel Weisz) che torna nella comunità ebraica londinese dove è cresciuta e dalle cui rigide regole di vita e comporamento è scappata diventando una fotografa a New York, per assistere al funerale del padre che è stato un importante membro dell’enclave. Qui ritrova Esti (Rachel McAdams), amica e amore proibito di Ronit che è rimasta nella comunità accettando il ruolo di moglie e futura madre che gli hanno scritto per lei.

Ha infatti sposato il suo migliore amico Dovid che è pronto a raccogliere il testimone di Rabbino capo, lasciatogli dal padre di Ronit. Inutile dire che il ritorno di Ronit riaccenderà la passione di Esti e attraverso la loro storia, ancora più clandestina e complessa di quando erano solo delle ragazzine, il regista ci racconta il peso delle convenzioni religiose, dell’invasività e del controllo che il culto esercita nella vita delle persone decidendo, ad esempio, quando e per quante volte durante la settimana un marito e una moglie debbano fare l’amore.

Non c’è voyeurismo registico, ne ricerca del torbido: c’è invece un racconto lucido che si infiamma (sempre con grande eleganza stilistica ) nell’incontro carnale tra le due e che porta a parteggiare per la loro disobbedienza. La presa di posizione del regista non è appariscente e racconta la storia in modo lucido, anche se ovviamente per la mentalità diversa dello spettatore è facile vedere un atto d’accusa contro una società fortemente religiosa e claustrofobica fatta di leggi e di dogmi.

Di contro, nella figura di Dovid, amico d’infanzia di Ronit, c’è anche la forza di chi ha fede e lui stesso si troverà, di fronte allo rivelazione della ripresa dell’antica relazione tra le due donne, a mettersi in crisi senza però fare altrettanto con il sistema. La disobbedienza è anche alla ricerca del “contentino” ad ogni costo, del far virare le storie dove desidera lo spettatore. Disobedience è per certi versi chirurgico nell’analizzare la relazione e lascia la parte emozionale in mano a due grandi interpreti.

Nello scontro tra mondi diversi, nel travaglio dei sentimenti, le due attrici si bilanciano completandosi, come nella loro relazione, ed emergendo alternativamente in precisi momenti del film. In conclusione, Disobedience è una pellicola non facile e in questo sta il suo pregio più grande. Non è facile entrare nel tipo di ambientazione descritta, non è facile sentire parlare i personaggi e non è facile nemmeno nel momento in cui si arriva alla parte erotica, ma ha innegabilmene un suo fascino e questo è insito nella forza pura del racconto cinematografico.

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