Drug Lords: recensione della docu-serie Netflix su Pablo Escobar e i narcotrafficanti più pericolosi del mondo

Drug Lords

Sono narcotrafficanti, guadagnano miliardi, distruggono vite e paesi. Sono spietati, sono i boss più famigerati della malavita mondiale. Non sono criminali comuni, sono i Drug Lords.

Drug Lords e le cattedrali del male

È iniziata il 19 gennaio su Netflix la nuova docu-serie della produzione britannica ITN Productions incentrata sulle storie reali di alcuni famigerati e pericolosissimi signori della droga.

Otto puntate di 46 minuti ciascuna (quattro nella prima serie appena pubblicata e quattro nella seconda che con molta probabilità andrà in onda alla fine di quest’anno) in cui non vengono raccontate solo le storie dei “narcos” latini, ma anche dei loro nemici/colleghi americani, australiani, giamaicani…

I primi quattro episodi raccontano la vita di Pablo Escobar, la storia dei Fratelli Rodriguez meglio conosciuti come Il Cartello di Cali (entrambi protagonisti della fortunatissima serie Netflix Narcos) , Frank Lucas e i Country Boys che ha ispirato il film American Gangster e il matrarcale Pettingill Clan che ispirò il film Animal Kingdom e la serie omonima di Ellen Birkin.

La seconda tranche di episodi, che dovrebbero appunto uscire entro la fine di quest’anno, racconterà la storia di El Chapo, del crack qeenpin Jemeker Thompson, del signore della droga giamaicano Christopher Coke e del rivenditore olandese Klaas Bruinsma.

Al momento sembra che la produzione si stia muovendo anche per raccontare recenti fenomeni di droga come l’ecstasy, la molly e anche il modo in cui gli attuali famosi Bitcoins siano usati per pagari i farmaci.

La cocaina era il loro affare, ma il potere era la loro droga

Ma come poter raccontare una storia che il pubblico non avesse già sentito? Come discostarsi da tutti i dettagli che l’acclamatissima Narcos non avesse già raccontato?

Ecco allora che Drug Lords decide di riportare i fatti spiegando come questi signori sono diventati i re della droga con le loro conseguenze, dando uno sguardo intimo anche alla loro vita privata, riportando il loro vissuto attraverso ricreazioni drammatiche degli eventi chiave che hanno favorito la loro ascesa, ma anche la loro caduta.

Attraverso l’utilizzo dell’ “effetto Rashomon”, un fenomeno provocato dalla soggettività nel quale le persone raccontano la stessa storia in modo diverso (tuttavia, questo non significa che una delle versioni sia falsa, ma semplicemente che viene filtrata attraverso la percezione individuale) la loro storia viene raccontata dagli uomini e dalle donne direttamente coinvolti nei casi stessi – poliziotti, truffatori e collaboratori più stretti su entrambi i lati della legge, offrendo una prospettiva a 360° senza precedenti.

Il cosiddetto “effetto Rashomon” deve il suo nome all’omonino Rashomon, di Akira Kurosawa, un film degli anni ’50 in cui si faceva riferimento a come diversi testimoni di un omicidio e l’omicida stesso descrivevano i fatti in modo diverso, addirittura in alcuni casi contraddittorio.

Ed è quello che accade anche qui: i resoconti dei vari lati della medaglia forniscono al pubblico una serie di versioni, spesso in conflitto tra loro, ma che incoraggiano la discussione, lasciando lo spettatore imparziale, apparentemente con una sorta di morale distorta e squilibrata delle loro violente e tragiche azioni.

Drug Lords

“Era più poetico essere un delinquente o uno spacciatore che un poliziotto”

In Drug Lords lo spettatore viene letteralmente malmenato dalla durezza delle immagini reali che sembrano volerci dire: “Questo male è esistito, esiste davvero!”; eppure, il voyeurismo va oltre qualsiasi cosa. L’idea di aver davanti una persona orribile, così lontana da noi, addirittura sentire i racconti dagli stessi protagonisti ci porta a un binge watching serrato.

Questo approccio personale ai fatti provoca qualcosa di affascinante nella flessione dell’antieroe: sono personaggi complessi, dalle mille sfaccettature, che con le loro storie così intriganti e spiazzanti provocano al tempo stesso attrazione e repulsione.

Nessuno vorrebbe essere come loro, eppure qualcosa di loro ci appartiene in un dualismo di empatia e distacco. Le loro debolezze e la loro ferocia ci tranquillizza sulla nostra diversità: sono personaggi raccontati come esseri umani e non stereotipati, da rendere così vera la frase di uno dei poliziotti che diede la caccia a Frank Lucas: “Era più poetico essere un delinquente o uno spacciatore che un poliziotto”, da non sapere più da che parte stare.

Un consiglio? Guardatela.

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