Dylan Dog, Profondo Nero: recensione del numero 383 firmato da Dario Argento

Dylan Dog - Dario Argento

Dario Argento, il re del cinema horror degli anni ’80, si tuffa nel mondo del fumetto in una storia di Dylan Dog: spanciata o carpiato olimpico?

Dylan Dog: quando le sfumature si tingono d’Argento

Il 29 Luglio è uscito il numero 383 di Dylan Dog firmata da Dario Argento (sì, proprio quel Dario Argento).

La storia scava nei più profondi desideri dell’animo umano, sporcando la borghesia inglese non di sfumature di grigio ma di nero, o come suggerisce il titolo: di un Profondo Nero.

Come altre volte, anche in questo caso Dylan Dog si fa guidare dal suo quinto senso e mezzo per risolvere anche questo caso che vede coinvolta una bella e giovane donna, (che assolutamente non può mancare) intrappolata in una spirale di dolore e piacere. Attorno a lei troviamo infatti un uomo innamorato del dolore e una donna persuasa dal piacere. Fantasmi ed enigmi sono all’ordine del giorno per l’indagatore dell’incubo che non si lascia intimorire quando è costretto a seguire spiriti o decifrare un criptex. La mano di Corrado Roi rende la storia molto più cupa di quello che già è, tinge le pagine di un nero (un profondo nero) che accompagna il lettore come un’oscura presenza.

Ma veniamo a lui, Dario Argento. La storia che ci propone, a nostro avviso, vale la pena d’essere letta, soprattutto in questo periodo storico della testata che non brilla come la copertina di questo numero. Il regista porta, inevitabilmente, un po’ di cinema in questo suo esperimento.
Dylan rimane Dylan, un uomo guidato dall’istinto e della passione. Pagina dopo pagina veniamo introdotti da una scena all’altra in modo puramente cinematografico, giocando su immagini o parole che ci guidano alla scena seguente.

Ci saremmo aspettati una storia più auto-celebrativa, ma non è così. Si vede l’immaginazione di un regista legato all’horror degli anni ’80, ma è proprio questo che è Dylan Dog, un personaggio nato negli anni ’80 sul filone dei film di zombie, vampiri e lupi mannari, quindi da appassionati della testata bonelliana, dobbiamo fare i complimenti. Raramente tornare indietro è un bene, ma questa volta si è rivelata la scelta più giusta.

Roberto Recchioni ha portato in Dylan Dog una ventata di modernità che a molti non è piaciuta, necessaria probabilmente per risollevare una serie ormai trentenne che vedeva i propri dati di vendita calare. Tuttavia questa trovata pubblicitaria, furba ma azzeccata, farà parlare ancora del buon Old Boy come ai vecchi tempi. Speriamo tuttavia che non sia la prassi cercare grandi nomi per un grande personaggio che invece potrebbe essere un ottimo trampolino di lancio per tutti coloro che ancora devono farsi conoscere.

Come lettore credo che non ci sia altro modo per concludere che augurando sogni agitati e buoni incubi a tutti coloro che metteranno la propria firma nei prossimi numeri e che possano farci seguire le avventure dell’indagatore dell’incubo ancora per molti anni.

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