End of Justice: nessuno è innocente, la (video) recensione del film con Denzel Washington

Roman J. Israel ESQ - End of Justice

Roman J. Israel ESQ, così si presenta a tutti il personaggio interpretato da Denzel  Washington (candidato all’oscar) nel film in uscita nelle sale italiane il 31 maggio con il titolo End Of Justice: nessuno è innocente.

End of Justice, il film che a Denzel Washington è valsa la nomination all’Oscar

Quell’ESQ. finale che troviamo nel titolo originale di End of Justice sta per esquire, come spiega lui stesso una figura che sta sopra il gentiluomo e sotto il cavaliere. Roman J. è un avvocato che lavora in un piccolo studio legale nel quale svolge le mansioni di scudiero del socio anziano che è il volto in aula delle cause, spesso non redditizie, che difendono con impegno meticoloso.

Roman è per sua stessa ammissione the man behind the curtain , il suggeritore dietro le quinte , in un teatro, quello giuridico, del quale conosce perfettamente le regole, ma che evita di calcare. L’ arena della dea bendata non sembra il luogo designato dove il protagonista possa svolgere un ruolo centrale.

Gli archivi e i corposi volumi di legge divengono il suo scudo dal resto del mondo. La sua dimensione esistenziale rimane pertanto congelata nel tempo, dagli anni degli studi al college fino al giorno in cui un evento improvviso lo costringerà a confrontarsi con la Los Angeles contemporanea. La città californiana ci viene mostrata come una entità senza un volto definito, anonima, in perenne cambiamento; un cantiere edile aperto letteralmente a tutte le ore e peculiarità, percorsa a piedi da un personaggio principale che non possiede un mezzo di trasporto autonomo in una metropoli così vasta.

La transizione verso la realtà di un grande studio legale sarà inevitabilmente traumatica. Roman infatti sembra essere rimasto agli anni 70 in tutto, dal modo di vestire e di acconciarsi (porta una capigliatura afro), al modo di fruire di una musica (si ha l’i pod ma porta delle ingombranti cuffie e spicca la sua collezione di vinili) che ha la funzione di coprire il sottofondo di una realtà nella quale si sente un inetto.

Al suo secondo lungometraggio alla regia e sceneggiatura (dopo The Nightcrawler con Jake Gyllenhaal) Dan Gilroy porta sul grande schermo un progetto dalle aspirazioni molto elevate, ma che raggiunge un discreto equilibrio solo nella fase iniziale. La prima parte più intimista, incentrata sulla presentazione e lo studio quasi osservazionale e clinico del protagonista, tiene vivo l’interesse per un personaggio che  mostra delle bizzarrie comportamentali, dei limiti in ambito sociale e comunicativo, affiancanti a doti di catalogazione mentale  e memorizzazione che lo portano ad essere definito in modo improprio e approssimativo “savant” , “freak” e persino sessista e paternalista.

Quando i temi si spostano dal piano personale ad un discorso di ampio respiro sul sistema penale e le sue storture, la pellicola perde di coerenza, devia verso sottotrame poco riuscite e tenta di sviluppare  protagonista e personaggi di contorno (il George Pierce di Colin Farrell sopra tutti) senza fornirci un substrato convincente che giustifichi l’ arco evolutivo che vanno a descrivere.

In End of Justice, Denzel Washington appare ai nostri occhi come un redivivo don Chisciotte, aspirante cavaliere, che combatte, nella sua distorsione della realtà, dei giganti impersonati da importanti studi legali interessati solo al profitto e un sistema giuridico  che punta solo al risparmio. Un uomo dalle profonde conoscenze e convinzioni, ma privo della capacità di condividerle con gli altri in modo efficace.

La sua battaglia idealista si convertirà in un conflitto interiore che lo porterà a contraddire i suoi principi etici e deontologici, a violare la sua morale, a cercare di adattarsi ad una realtà che lo respinge come un corpo estraneo, ma soprattutto a tradire il personaggio con il quale ci incontriamo all’inizio della pellicola, senza fornirci delle motivazioni soddisfacenti.

L’argomentazione del film  non appare solida; le informazione che raccogliamo durante la visione non corroborano la tesi finale del regista/sceneggiatore. L’ evoluzione dei personaggi  non è sostenibile in sede di tribunale.

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