Fahrenheit 11/9: la “lotta” di Michael Moore per la salvaguardia della democrazia

Fahrenheit 11/9: la "lotta" di Michael Moore per salvaguardare la democrazia

Alla XIII Festa del Cinema di Roma, uno dei registi più provocatori degli Stati Uniti, Michael Moore, ha presentato il suo docu-film Fahrenheit 11/9.

Con Fahrenheit 11/9 torniamo alla fatidica notte delle Presidenziali 2016

Dopo le elezioni presidenziali in America nel 2016, attestate nel docu-film Michael Moore in Trumpland, il regista e provocatore Michael Moore ha presentato Fahrenheit 11/9 alla Festa del Cinema di Roma 2018.

A caratterizzare il film c’è una locandina dai toni rosso-arancio saturati ed evanescenti, un “certo” giocatore di golf pronto a lanciare, con un lancio vigoroso, una pallina apparentemente innocua in direzione della Casa Bianca. Ovviamente l’immagine è metaforica: il “colpo” rappresenta l’ascesa di Donald Trump ed il conseguente declino dell’America, con tanto di bomba atomica e Occidente pronto a scoppiare.

Il titolo del docu-film si riferisce alla data in cui Donald Trump ha vinto in modo piuttosto inaspettato le Presidenziali americane (9 novembre 2016), superando la rivale Hilary Clinton.

L’incipit del film ci riporta proprio a quel momento che, circa due anni fa, paralizzò non solo gli States ma tutto l’Occidente. Donald Trump aveva vinto contro Hilary Clinton, aveva trionfato contro la politica fino a quel momento promossa dall’immagine della famiglia Obama: quella notte, insomma, si concludeva un’epoca che non aveva fatto in tempo ad iniziare e così il “sogno americano” svanì.
Come è potuto succedere? questa è la domanda che Michael Moore si pone ed è la domanda che chiunque si chiederebbe rivedendo i primi dieci minuti di questo documentario, una vera opera d’arte nel suo montaggio, nell’incalzare di immagini satiriche e pop moderne.

Michael Moore, come già fatto per Fahrenheit 9/11, incombe progressivamente con uno humour nero, tipico delle sue opere di denuncia, nel dirigere i suoi pensieri in contrasto col presente. Lo fa raccontando con l’occhio di chi indaga, quasi spiando dall’uscio di una stanza: un occhio che non prende mai la posizione di chi, in qualità di regista, osserva la storia d’America dall’alto. No, Moore è uno del popolo e come tale sfrutta la sua unica fortuna: essere quel Michael Moore lì, il solo che può permettersi di inveire, grazie ad un documentario, contro le nefandezze del mondo moderno.

Il regista punta il dito persino su una leggendaria competizione tra Gwen Stefani e Donald Trump, con una voce fuori campo spesso simile a quella smaliziata ed innocente di un bambino indifeso. Michael Moore alleggerisce i toni di una realtà che dovrà fare i conti ancora per molto con le conseguenze di queste elezioni. Racconta una fiaba, le origini del “Paperone d’America”, descrive la sua figura di uomo di spettacolo e di famiglia, nello specifico il suo rapporto particolare ed ai limiti del normale con sua figlia Ivanka Trump.

È proprio in questo caso, come nel caso del racconto dell’acqua che ha avvelenato gran parte della sua cittadina natale, Flint, che la fiaba sulle imprese di Snyder si trasforma in un racconto di disagio, rabbia e impotenza.

In Fahrenheit 11/9, Moore descrive minuziosamente la situazione di alcuni Stati americani, partendo dalla data che ha preannunciato la povertà e la perdita della democrazia, dimostrando come il male sia un organismo che fonda il suo potere su un tipo di insediamento lento e astuto.

Qual è stato (se c’è stato) il momento in cui potevamo invertire la rotta che ha poi portato alla fine della democrazia? il regista si pone, e pone anche agli spettatori, questa domanda che purtroppo non sembra trovare una risposta. Cercando di ricostruire le fratture, seguendo alcuni casi in diversi paesi degli States dove tutto ha avuto inizio, nel corso del docu-film Moore ricorda che la democrazia esiste negli USA solo dagli anni ’70 e che, soprattutto, si è basata su false aspettative e manovre dittatoriali.

Fahrenheit 11/9 è uno schiaffo morale che suggestiona gli spettatori sul loro presente e futuro: uomini che spesso si battono per i diritti umani e non per il potere, ma invano poiché soppiantati da qualcosa di più grande: l’uomo come animale politico corrotto.

Bisogna battersi per la gente e non per il potere“, questo è il pensiero cuore che Moore ribadisce. Lo fa mostrandoci, alla fine, il volto della studentessa Emma Gonzalez che, nel giorno di San Valentino, presso il Liceo di Parkland in Florida, è sopravvissuta alla strage dei 17 studenti uccisi in pochi istanti da un serial killer. Emma Gonzalez – come ci spiega Michael Moore – è divenuta un’icona tra le nuove generazioni, per il suo discorso contro le armi negli Stati Uniti durante la March for Our Lives di Washington. L’espressione e la voce piena di rabbia che il regista ripropone nel suo lavoro di appassionato documentarista, fanno ben sperare che in futuro la “tempesta”, (come si è definito lo stesso Donald Trump),  si potrà prevenire o nel caso abbattere grazie alla voce delle persone, al dialogo e alla democrazia.

Emma Gonzalez durante il discorso tenuto alla ‘March For Our Lives’ a Washignton (24 marzo 2018).

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