Fargo, recensione episodio 3×10: fine delle trasmissioni

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Ecco la recensione dell’episodio finale della terza stagione di Fargo. Una girandola di emozioni in grado di delineare una nuova realtà narrativa.

Fargo, recensione episodio 3×10: fatalismi sparsi e continui

Il fatalismo trascina verso inaspettati lati della psiche dove la rassegnazione dinanzi all’inevitabile – frutto di una sequela di azioni più o meno discutibili – diventa materia concreta aprendo a rimpianti, rivincite o acquisizioni coatte di ogni sorta in grado di porre la parola fine a un sentiero esistenziale prettamente univoco. La libertà di scelta è insita, invece, in chi riesce ad avere la meglio sul proprio operato controllandolo da cima a fondo, anche quando le conseguenze di svariate dinamiche risultano tanto avverse quanto indecifrabili.

Risalire la china grazie ad un aiuto inaspettato

Il decimo episodio della terza stagione di Fargo pone l’accento sulla lettera di dimissioni di Gloria Burgle, stanca fino all’inverosimile dell’ostracismo istituzionale che ha compromesso l’estenuante indagine legata ai fratelli Stussy. Tuttavia, una telefonata da parte dell’IRS – complice un pacco sospetto contenente il suo numero – riaccende la sua flebile speranza professionale e la conduce in direzione di un mare magnum di contabilità farlocca in grado di incastrare sia Emmit che il losco V.M. Varga, i quali si scontrano in modo acceso presso la dimora del business man del Minnesota segnando una frattura insanabile che favorirà, come sempre, il cupo opportunista dal marcato accento british.

Duelli e sparatorie in nome dell’amore

Il successivo confronto tra la gang di V.M. Varga e Nikki Swango diventa, poi, l’occasione giusta per decimare le frange del primo attraverso un piano che gode della perfetta rapidità di esecuzione dell’agguerrito Mr. Wrench. La fuga di Varga non attenua la sete di vendetta di Nikki, decisa come non mai a farla pagare a colui il quale non si è posto alcun scrupolo prima di rovinare la vita di un suo diretto consanguineo umiliandolo senza soluzione di continuità.

Un obiettivo specifico in completa balia delle onde del destino aizzate pure dalla enigmatica Miss Goldfarb, ennesima pedina del vorace V.M. Varga pronta a rilevare la Stussy Lots LTD. a un prezzo di costo pressoché ridicolo: l’economia, come ben si sa, è un meccanismo perverso, e la capacità di accaparrarsi questo o quell’altro benefit anticipando la concorrenza di turno può fare tutta la differenza del mondo.

Cinque anni dopo: una beffa dietro l’angolo

Eppure, il trafelato Emmit riesce a vedere l’alba di un nuovo domani collocato, per l’esattezza, a cinque anni di distanza dal tragicomico conflitto a fuoco che gli salverà la vita e la dignità – visto e considerato il desolante contesto in cui ciò avviene. Un futuro in libertà vigilata circondato dagli affetti a lui più cari; non manca nemmeno Sy Feltz, ridotto alla sedia a rotelle ma ben felice (?) di potersi ricongiungere con il suo amico. Insomma, un quadretto idilliaco indirizzato, però, verso un inevitabile sgretolamento, sollecitato da chi ha sempre atteso di porre la parola fine ai soprusi – consci o inconsci – di questo piano narrativo.

L’eleganza del linguaggio e la capacità di sapersi reinventare

Ad ogni modo, è il dialogo finale tra Gloria Burgle (divenuta un’agente della DHS) e V.M. Varga a quantificare la cifra della terza stagione di Fargo. Una conclusione a dir poco perfetta in cui le trasmissioni di ansie, paure, speranze, propositi egoistici e molto altro ancora si arrestano per poi ripartire identificandosi in due figure che potrebbero tranquillamente rappresentare il lupo e il cacciatore di una rinnovata dimensione avventurosa in cui l’evasività dell’uomo in trench cozza contro la nuova consapevolezza di una donna lontani anni luce dalla sprovveduta animosità dei suoi esordi.

Inoltre, metanarrativa, predestinazione, linguaggi affilati e virtuosismi scenici completano un arco televisivo assolutamente eccelso comprendente tra le altre cose, un cast da leccarsi i baffi – Ewan McGregor su tutti. Good job, Noah Hawley! La fedele ricerca di un contenuto alternativo in grado di rispettare ed ampliare lo stile dei fratelli Coen ha ampiamente superato le aspettative.

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