Geoffrey Rush: il lato shakespeariano della recitazione

Geoffrey Rush

Il 6 luglio 1951, a Toowoomba, piccola città nella parte nordorientale dell’Australia, nasceva l’attore, doppiatore e produttore cinematografico Geoffrey Rush.

Il marchese de Sade secondo Geoffrey Rush

Attore eclettico, dalle versatili abilità recitative: le vecchie generazioni lo ricorderanno certamente per la toccante interpretazione del pianista David Helgfott, nel film Shine, che gli valse il premio Oscar nel 1997, e per Shakespeare in love (1999), dove vi si candidò, invece, come miglior attore non protagonista. Le nuove, non diversamente, avranno sicuramente gradito la sua partecipazione alla saga Pirati dei Caraibi (2006-2017) nel ruolo del pirata Hector Barbossa, personaggio capace, con la sua personalità ambigua e arrogante, di conquistarsi, nella serie di film, un posto non meno prestigioso di quello destinato all’istrionico Johnny Deep, al coraggioso Orlando Bloom e alla bella e scaltra Keira Knighley. Tra i film in cui l’attore australiano è degno di essere ricordato, non mancano, inoltre, Munich (2005) e Il discorso del re (2011), opera incentrata sulla figura del re Giorgio VI di Inghilterra, per la quale ottiene la sua quarta nomination all’Oscar come attore non protagonista.

Tuttavia, al di là di questi cenni alla carriera dell’attore, ciò che veramente colpisce in modo profondo, a partire dall’analisi del suo vasto percorso, è sicuramente uno stile di recitazione che potremmo quasi definire “shakesperiano”, capace di scoprire i lati più nascosti e reconditi della natura umana; aspetti, questi, che vengono rilevati in modo a dir poco spontaneo e naturale, senza forzature o istrionismi grotteschi, così come lo stesso personaggio si rivelerebbe, a chi gli sta intorno, nel contesto del suo operare quotidiano.

È un fatto che Geoffrey Rush abbia vestito, in numerosi film, nei panni di personaggi drammatici, dalle complesse sfumature emotive, protagonisti di vicende travagliate che li costringono a reagire in modo disperato. Queste interpretazioni sono, senz’altro, quelle in cui il regista australiano ha dimostrato maggiormente il suo talento recitativo, nelle vicende di personalità complesse la cui interpretazione gli riusciva in modo perfettamente naturale, quasi vi fosse una specie di comunione tra alcuni aspetti della sua vita e quelli dei personaggi che interpretava.

L’esempio più lampante è sicuramente quello del pianista di Shine (1999), personaggio in costante tensione tra il rapporto totalitario e turbolento con il padre e il suo gargantuesco talento musicale. Pochi sanno che, per questa parte, il regista australiano ha deciso di riprendere con le lezioni di pianoforte che non seguiva più da quando aveva quattordici anni.

La propensione di Geoffrey Rush per ruoli drammatici, e la sua tendenza, anche nel caso di personaggi comuni, a scoprirne gli aspetti più intimi e nascosti – l’esempio più lampante è quello di Barbossa che, nel corso della saga, acquista sempre più spessore e umanità – è certamente spiegabile in virtù della sua formazione giovanile. Una formazione che verte principalmente sull’ambito umanistico – una laurea in letteratura inglese all’università di Queensland -; e una passione per il teatro più tragico e decadente che lo spinge, dopo aver frequentato la scuola internazionale di teatro Jacques Lecoq, a lavorare nientepocodimeno che alla produzione della famosa commedia dell’assurdo di Samuel Beckett Aspettando Godot (1952), insieme al suo compagno di stanza Mel Gibson.

Come Shakespeare, attraverso il suo teatro, risulta in grado di accomunare gli uomini di ogni epoca, facendo leva su temi universali del genere umano, allo stesso modo la recitazione di Rush riesce, scoprendo gli aspetti più intimi e delicati dei suoi personaggi, a costringere lo spettatore a interrogarsi su se stesso e a porsi dilemmi esistenziali. Tale processo, tuttavia, avviene in un modo sotterraneo, lasciando che questi aspetti non vengano tanto gridati al pubblico con istrionismo, quanto accennati, suggeriti nel nostro inconscio di spettatori.

Uno dei casi più significativi è certamente quello del film Quills-la penna dello scandalo (2000), dove Geoffrey Rush interpreta la parte dello storico scrittore francese Donatien Alphonse Francois de Sade, meglio noto col nome di Marchese de Sade, insieme a una procace Kate winslet e a un emergente Joaquin Phoenix nel ruolo dell’abbé de Coulmier, abate, psicoterapeuta e politico francese, direttore del carcere di Charenton dove lo scrittore fu rinchiuso nel XVIII. Scrittore controverso, le cui tematiche vertono su una filosofia del libertinaggio, capace di giustificare qualunque inclinazione sessuale perché ispirata dalla natura; rinchiuso, prima nella Bastiglia, e poi a Charenton, a seguito di alcune pubblicazioni scandalose, e ispiratore indiretto della rivoluzione francese e di un mutamento della morale e dei gusti, propugnato contro la chiesa e l’ordine costituito, il marchese de Sade non è certo un personaggio molto semplice da portare sugli schermi, e ancora più difficile doveva essere donargli uno spessore recitativo.

Stiamo parlando di uno scrittore il cui nome ha dato origine al termine sadismo: tra le opere più famose possiamo ricordare Justine, ovvero le disavventure della virtù (1791) e le 120 giornate di Sodoma (1785), opera strutturata alla maniera del Decameron di Boccaccio, dove una ridda di ragazzi, dopo la fine del regno di Luigi XIV, viene segregata in un castello e sottoposta a ogni genere di abuso e sevizia. Da questo romanzo, per la verità incompiuto, è stato tratto l’omonimo film (1975) di Pierpaolo Pasolini, dove la vicenda criminale sadiana viene trasposta nel periodo storico della repubblica di Salò.

Viste le premesse di un simile personaggio storico, Geoffrey Rush non deve certo aver dormito sonni tranquilli nei giorni in cui, studiando ogni minuzia biografica e letteraria del marchese, tentava di calarsi perfettamente nella parte dello scrittore. Accolto tiepidamente dalla critica – molti recensori hanno scritto che si tenta di scandalizzare lo spettatore senza successo – questo film regala, in realtà, una delle più formidabili interpretazioni di Rush. Per questa parte, l’attore ha ammesso di essersi ispirato, nelle movenze e nella personalità dello scrittore, agli atteggiamenti delle rockstar; e di aver letto la biografia dello scrittore, redatta da Francine du Plessix Gray, oltre ad essersi documentato con l’opera teatrale Marat-Sade.

La critica severa dei recensori, riguardo al fatto che il marchese di Rush vorrebbe inutilmente scandalizzare, è in realtà il vero punto di forza dell’interpretazione offerta da Geoffrey. Il marchese non scandalizza perché la trasgressione è solo una facciata: nel tentativo di pubblicare clandestinamente i suoi scritti, facendosi aiutare dalla bella lavandaia interpretata da Kate Winslet, lo scrittore viene scoperto nel suo sporco gioco. Il manicomio, allora, minaccerà di chiudere e lo scrittore verrà privato di ogni oggetto e di ogni genere di suppellettile al fine di impedirgli di scrivere, arrivando anche a tagliargli la lingua e a togliergli completamente i vestiti. Al colmo della disperazione, e ormai quasi in punto di morte, il marchese cederà, e rivelerà il suo lato più umano: l’amore per la bella lavandaia Madelaine, assassinata da uno schizofrenico del manicomio, il cui crimine era stato ispirato proprio a un racconto sussurratogli da Sade.

Da appassionato dei suoi romanzi, non posso non ammettere quanto, in questo film, il personaggio dello scrittore francese sia stato pomposamente romanzato, e presenti, anche, delle innegabili inesattezze storiche, tuttavia l’interpretazione di Rush è stata perfetta nello scoprire uno sprazzo di umanità anche nel più perverso degli scrittori, rivelandolo come ancora più umano dei personaggi che gli sono attorno.

Dunque, oggi, il 6 luglio 1951, a Toowoomba, piccola città nella parte nordorientale dell’Australia, nasceva l’attore, doppiatore e produttore cinematografico Geoffrey Roy Rush, e mi sento di dire: se ancora non lo avete visto, vi consiglio di passare.

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