Godless: recensione della serie western prodotta da Steven Soderbergh

Godless

Una città abitata da sole donne, un criminale in fuga e tanti proiettili: Godless ha buone premesse, ma forse non convince completamente.

Godless: LaBelle e la città che appartiene alle donne

Il regista americano Steven Soderbergh produce insieme a Frank Scott la prima serie western distribuita da Netflix. Godless ci porta nel vecchio west, con tutti gli elementi del caso, ma anche con qualcosa in più. Siamo nel 1880, in New Mexico, precisamente nella piccola cittadina di LaBelle. Una città che però non è come tutte le altre. A causa di un terribile incidente in miniera infatti, quasi tutti gli uomini della città hanno perso la vita, lasciando LaBelle nelle mani delle donne, degli anziani e di Bill McNue (Scoot McNairy), uno sceriffo ormai quasi cieco.

Donne che però non si perdono d’animo e fanno di tutto per tirare avanti ma anche per rivendicare i propri diritti. Soprattutto quando in città arriva all’improvviso il giovane Roy Goode (Jack O’Connell), criminale in fuga dal più pericoloso Frank Griffin (Jeff Daniels). Con Goode arrivano anche i guai e saranno proprio le donne a dover ancora una volta farsi avanti per difendere la propria città.

La rivincita delle donne

Godless è un western a tutti gli effetti, con gli sceriffi e le loro stelle, i cavalli, i saloon e le strade polverose. Ma dietro i proiettili e i cappelli da cowboy, c’è di più. Sembra una coincidenza che la nuova serie Netflix abbia fatto il suo debutto il 22 novembre, pochi giorni prima della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Lo spirito infatti che unisce tutti gli episodi di Godless è proprio la forza delle donne, la loro volontà e la loro capacità di rialzarsi di fronte qualsiasi difficoltà.

Godless racconta la storia di una città colpita da una disgrazia ma soprattutto della forza delle sue abitanti che, contro ogni pregiudizio, riescono a tenere in vita una comunità intera. Tra tutte emerge sicuramente Mary Agnes McNue (Merritt Wever), sorella dello sceriffo e donna tutta d’un pezzo. Dopo la morte del marito in miniera infatti, Mary si è tolta corsetto e gonna per indossare pantaloni e panciotto. Un personaggio dichiaratamente omosessuale che, nel corso dei sette episodi, non avrà paura di dichiarare la sua sessualità.

Godless 1Roy Goode e Frank Griffin: il classico western

Non manca però il classico duello a fuoco. Tutti gli episodi infatti non fanno altro che accrescere la tensione per il grande scontro finale. Accanto a tutte le donne troviamo Roy Goode, uomo misterioso che arriva a LaBelle di notte, ferito al braccio. Goode verrà accolto dall’altro forte personaggio femminile della serie.

Alice Fletcher (Michelle Dockery) vive ai margini della città, malvista da tutte le altre perché vedova di due uomini, di cui l’ultimo nativo americano. Alice è la padrona di un ranch, dove vive con il figlio e la suocera indiana e dove nasconderà Roy, criminale e fuggitivo. Roy è infatti il pupillo del famigerato Frank Griffin, ma tra i due ormai non corre più buon sangue. Griffin è deciso a trovarlo e pareggiare i conti, dopo che Roy gli ha rubato il sostanzioso bottino di una rapina.

Nel corso degli episodi Roy riuscirà a conquistare lentamente la fiducia di Alice e della sua famiglia, mentre Frank farà di tutto per trovarlo, radendo al suolo qualsiasi città si trovi sul suo cammino. Il tanto atteso scontro finale ci sarà, come in ogni western che si rispetti.

Le donne forti e i duelli non bastano: la serie non conquista

Le premesse quindi ci sono tutte, gli ingredienti sono quelli giusti. Tuttavia Godless non conquista. Non basta l’elemento innovativo: costruire la storia intorno ad una comunità interamente femminile è stato un colpo di genio ma non ha garantito il successo schiacciante.

I sette episodi, di lunghezza diversa ma di una media di 70 minuti, raccontano la vicenda con dei ritmi estremamente lenti. L’attenzione si affievolisce, la curiosità cala lentamente. Da un inizio veramente sorprendente (la sequenza iniziale del primo episodio stupisce per la sua forza e crudezza), il ritmo cala precipitosamente, fino all’episodio finale. In un episodio di 80 minuti, la narrazione torna fin dall’inizio al ritmo della prima puntata, riaccendendo l’interesse dello spettatore.

Una grande idea quella di Soderbergh, a cui però manca qualcosa. Quello che sicuramente colpisce è l’attenzione per la fotografia e le scelte registiche: l’atmosfera e le scene dominate dal sole, dalla polvere e dal buio dei saloon sono il vero pezzo forte della serie.

Una serie forse non pienamente promossa, ma sicuramente innovativa. Tentare di introdurre un elemento inedito in uno dei contesti più classici del cinema, come quello western, non è stata sicuramente un’operazione semplice. Lode a Steven Soderbergh e Frank Scott per la loro creatività e coraggio.

 

1 Commento
  1. Frantz 1 anno ago
    Reply

    Una bellissima serie , romantica nell’anima sotto una patina truce . Con un finale degno . Ottime musiche , ottime interpretazioni . Non originalissimo ma estremamente piacevole .
    (e con la migliore sparatoria western che abbia mai visto … )

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