Green Book: recensione del film con Viggo Mortensen che punta all’Oscar

Green Book 2018

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2018, Green Book ha messo d’accordo critica e pubblico e si candida ad un ruolo da protagonista agli Oscar.

In Green Book Viggo Mortensen si trasforma e prenota la statuetta

New York City, 1962. Su una luccicante Cadillac turchese una strana coppia sfreccia alla volta del sud. Alette di pollo fritto in una mano, bibita gassata nell’altra, al volante c’è Tony “Lip” Vallelonga, italo-americano del Bronx, che in seguito alla temporanea chiusura del Copacabana, locale dove ha lavorato per dodici anni di fila come buttafuori, ha accettato di fare da autista per l’uomo vestito di tutto punto che siede composto sul sedile posteriore. Lui è Don Shirley anche detto “Doc”, virtuoso pianista afroamericano che ha in programma un tour di otto settimane col suo trio musicale nelle maggiori città degli Stati Uniti meridionali. Superate le diffidenze iniziali, i chilometri macinati insieme daranno loro modo di scontrarsi con la durezza della realtà – quella dell’America razzista del profondo sud – ma saranno anche occasione per i due di conoscersi e accettarsi al di là delle prime impressioni.

C’è qualcosa di prevedibilmente ingenuo ma al tempo stesso estremamente straordinario in un film come Green Book. Qualcosa che ha a che fare con l’equilibrato misto di ironia e dramma di una sceneggiatura ben scritta da Nick Vallelonga (figlio del vero Tony), Brian Currie e dal regista Peter Farrelly. Ma anche qualcosa che non nega rimandi a traiettorie semplici, quelle di un certo tipo di narrazione tradizionale americana, di una pura avventura on the road costruita sugli schemi del buddy movie. Come esplicitato dal titolo, il cui nome deriva dalla Negro Motorist Green Book, guida in uso fino alla metà degli anni Sessanta, contenente locali e hotel approvati per l’ingresso di persone di colore, il motore centrale dell’azione è il viaggio.

È infatti grazie ad esso che Lip e Doc, i cui caratteri e stili di vita non potrebbero essere più all’opposto, hanno modo di penetrare l’uno nell’universo dell’altro. Il primo, il cui nomignolo parla da sé, è un chiacchierone senza peli sulla lingua che non nasconde certi atteggiamenti discriminatori e che, abituato a trattare con tipacci della malavita newyorkese, ha un temperamento tutt’altro che diplomatico nell’affrontare le situazioni. Doc dal canto suo, parla diverse lingue e vive in un imponente appartamento extra lussuoso sulla Carneige Hall in netto contrasto con la modesta ma sempre piena di rumorose tavolate imbandite all’italiana di casa Vallelonga. Mite e solitario, il pianista stenta a trovare il suo posto nel mondo. Un senso di non appartenenza derivatogli in parte da un mestiere che gli compromette la volontà di stabilire legami affettivi duraturi, ma soprattutto dal non sentirsi pienamente parte di una comunità definita.

Green Book 2018

«Non sono nero abbastanza, non sono bianco abbastanza: dimmi tu chi e cosa sono io» è una delle battute pronunciate da Doc in una delle scene più toccanti del film. E difatti, il pianista sembra del tutto estraneo a quella che Tony definisce “la sua gente”, tanto che è paradossalmente quest’ultimo ad indottrinarlo sulle qualità canore di Little Richard e Aretha Franklin. Un’estraneità che contemporaneamente Don esperisce sulla sua pelle quando viene strumentalizzato da un pubblico pagante di bianchi, che gli nega un pasto nel ristorante dove di lì a poco dovrà esibirsi ma che lo tratta come l’oggetto esotico volto a una personale e ipocrita elevazione culturale.

Green Book è una sorpresa, un viaggio, una scoperta continua. Non solo perché nasce inaspettatamente dal papà di commedie demenziali come Scemo + scemo e Tutti pazzi per Mary, ma anche perché – e probabilmente proprio grazie al tocco leggero del suo regista – sa essere pieno di spunti riflessivi senza mai virare verso i toni ponderosi di certo cinema impegnato. Grande contributo in questa direzione è offerto dalla sublime complicità nella performance dei suoi attori. Viggo Mortensen nei panni di Tony Vallelonga e il Premio Oscar Mahershala Ali (Moonlight) in quelli di Don Shirley sanno bilanciarsi a vicenda, venirsi incontro facendo venir fuori le qualità l’uno dell’altro, proprio come i personaggi che interpretano.

Sulla scia del precedente Captain Fantastic, Viggo Mortensen continua un lavoro notevole sul corpo, ingrassando 20 chili per la parte e giocando con una sperimentazione linguistica, fatta di un italiano tanto sporco quanto esilarante, mostrando pienamente le sue doti camaleontiche. Il film in sostanza si fa amare per il suo modo di raccontare una storia impacchettata già come un classico (natalizio), nella semplicità con cui esplicita un messaggio di accettazione e consapevolezza dell’altro.

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