Hill House, recensione della serie tv Netflix dai toni soprannaturali

Hill House The Haunting of Hill House

Hill House, la serie disponibile sulla piattaforma Neflix, ti coinvolge anche se ha un ritmo lento e ti cattura con la forza del racconto.

Hill House mostra gli effetti di una casa infestata sulla vita delle persone che l’hanno abitata

The Haunting of Hill House è una serie Neflix disponibile dal 12 ottobre ed è anche la trasposizione più convincente del romanzo scritto da Shirley Jackson nel 1959 L’incubo di Hill House. La serie curata da Mike Flanagan prende spunto dal testo, ma lo riscrive adattandolo al nuovo media e ad una narrazione lunga (dieci puntate con diverse superiori all’ora) come è quella di un prodotto televisivo. Per cui da un unico piano narrativo, le vicende della casa infestata e delle persone che cercano di svelarne il segreto, si passa ad un doppio livello temporale con una struttura che ricorda quella di It. Nel libro di Stephen King, non nei prodotti tv e cinematografici, il passato e presente si mescolano e lo scrittore alterna con abilità “prima” e “dopo”.

Lo stesso accade in Hill House con la storia che si apre con la famiglia Crain (padre, madre e cinque figli) che si trasferiscono in una vecchia e affascinante magione con l’impegno di sistemarla per una vendita successiva. Siamo negli anni 80 e le notti sono parecchio agitate e il sonno dei bambini interrotto da visioni inquietanti, spettri che si aggirano per i corridoi e le stanze come si trattasse di una pensione per spiriti inquieti. Il repertorio di scricchiolii, maniglie che girano mosse da forze invisibili, grida e ombre che si allungano è gestito bene e sono molto interessanti e coinvolgenti le parti raccontate riprendendo il piacere della lettura gotica a tema ectoplasmatico.

Lo spettatore si rende subito conto che qualcosa nella casa non va per il verso giusto, ma Flanagan e gli attori insinuano anche il dubbio che in realtà non esistano spettri se non quelli che creano menti suggestionabili come quelle di ragazzini bloccati in una casa spettrale o peggio ancora menti malate come quella della loro madre che oscilla tra la sensitiva e la pazza. Non c’è da stupirsi se con questa infanzia, culminata con l’episodio dell’ultima notte nella casa dove succede qualcosa che cambia radicalmente la vita della famiglia, tutti crescano con turbe varie e le loro vite siano condizionate da quanto accaduto ad Hill House.

C’è il fratello maggiore Steve (Michiel Huisman) che, almeno all’apparenza, ha sopportato meglio degli altri fratelli le sue esperienze con gli spettri e anzi ha deciso di sfruttarle scrivendo un libro di successo su Hill House. Ci sono i gemelli Nell (Victoria Pedretti) e Luke (Oliver Jackson-Cohen) che più di tutti, a causa del legame psichico gemellare, hanno patito le visite notturne. La prima ha cercato di rifarsi una vita sposando chi ne curava i terrori notturni, mentre il secondo è riuscito a sfuggire agli spettri del passato rifugiandosi nella droga. C’è Theodora (Kate Sieghel) che ha ereditato dalla madre, anche se non è detto esplicitamente per tenere quel dubbio tra spiegazione soprannaturale e tragico reale familiare, poteri da sensitiva. Si mette dei guanti perchè ogni tocco le permette di sentire il bene e il male, percepire tragici vissuti.

Utilizza il suo “potere” nel suo lavoro quotidiano di assistente sociale e anche come pretesto per allontanare relazioni sentimentali o per giusificare la sua asocialità. C’è infine Shirley (Elizabeth Reaser) che ha aperto un impresa di pompe funebri e ha una famiglia. C’è il padre Hugh (Henry Thomas) che dopo quell’ultima notte ad House Hill ha avuto la vita stravolta e si è allontanato dai suoi figli. Sulla madre Olivia (Carla Gugino) non diciamo nulla perchè Hill House è una esperienza che va scoperta dallo spettatore se vuole godere appieno del suo sistema narrativo.

Hill House non è un telefilm facile di quelli che assicurano una visione continua (in gergo binge vision) anzi all’opposto guadagna guardando gli episodi uno alla volta, lasciandoli sedimentare. Non ha un ritmo trascinante e non lo deve avere e dopo un inizio in cui presenta con cura i personaggi nel “prima” e nel “dopo”, la vicenda entra nel vivo, ma proprio qui c’è una parte centrale ostica con due episodi molto lenti che sviluppano il tema della morte. Superati questi “scogli”, accettato il modo di raccontare, Hill House ti cattura un po’ come fa la casa con la famiglia Crain e senza usare i trucchi tipici dell’horror, ti trascina (anche controvoglia e questo è un pregio in un sistema di prodotti tv e cinema sempre concilianti con lo spettatore), verso il finale che è diverso da quello del libro.

La fine è molto meno sospesa e più chiara come se lo stesso Flanagan volesse regalare allo spettatore la luce alla fine del tunnel. Rimangono volendo delle zone d’ombra e dei misteri. C’è la possibilità di varie interpretazioni sul senso di Hill House e della sua stanza rossa, ma non creano insoddisfazione come può essere per certi finali che suonano mozzi. C’è di contro un senso di chiusura (quasi psicoterapeutico) e lo si prova insieme alla famiglia Crain.

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