Hostiles, la recensione del film: eroi e nemici lungo le praterie americane

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Un incarico spinoso destinato ad evoluzioni inaspettate. Questo, e molto altro, in Hostiles, con Christian Bale e Rosamund Pike.

Christian Bale alla guida di un’Odissea moderna

Si esce dalla sala senza sapere esattamente su quale determinato stralcio di epoca voglia far riflettere Hostiles. E non per demerito.

Il nuovo film di Scott Cooper è costruito su condizioni e costruzioni culturali talmente trasversali da rievocare il passato, la storia e, eccezionalmente, il nostro presente internazionale più esteso.

Il viaggio del Capitano Blocker

Hostiles è una storia del 1892 che coinvolge un leggendario capitano dell’esercito (Christian Bale), che accetta mal volentieri di scortare Falco Giallo (Wes Studi), un capo guerriero Cheyenne ormai divorato dal cancro, e la sua famiglia, verso le praterie del Montana, un tempo loro terre natie.

La famiglia di Falco Giallo ha trascorso gli ultimi sette anni dietro le sbarre di Fort Berringer, un miserabile e decrepito accampamento del Nuovo Messico, subendo il triste destino che l’esercito americano riservava a tutti i nativi di America, restii ad abbandonare e cedere le proprie terre.

Il Capitano Blocker non condivide la scelta pubblicitaria di Washington di scortare Falco Giallo in Montana; ma ubbidisce, perché è un ordine; e il suo compito è eseguirlo, pena la Corte Marziale.

Christian Bale parte con la sua carovana ruvido e concentrato.Viaggia con il peso di tutti i compagni che ha perso lungo quelle praterie sconfinate e quelle gole rocciose.

Gli fa da contraltare Rosamund Pike, nei panni di Rosalee Quaid, luminosa seppure immersa in un profondo dolore, per aver perso la sua intera famiglia in un prepotente inizio film.

Oltre gli Hostiles

Bale e Studi sono un dittico straordinario che si regge sulle ombre e i segni dei loro profili: severo quello del Capitano; dignitoso e profondissimo quello di Falco Giallo.

Entrambi gli Hostiles viaggiano con il peso delle atrocità inflitte e ricevute, coscienti dell’inumanità con le quali le hanno perseguite.

Procedono senza riuscire ad evitare che i loro rispettivi ideali di giustizia vacillino, perché la pericolosa Odissea nella quale si sono imbarcati li porta a confrontarsi prima di tutto con i propri pregiudizi, obbligandoli a conoscersi oltre il ruolo nemico. E nessuno dei due si sente poi così diverso dall’altro.

Il western, le sue praterie e i suoi meravigliosi colori, colti uno ad uno dalla fotografia sapiente di Masanobu Takayanagi (Silver Lining Playbook, true Story, Il Caso Spotlight), sono solo uno dei contesti che poteva essere scelto per questa storia di confronto che è, e resta, una storia di interpretazione universale; perché il paesaggio più vasto del film di Cooper resta proprio quello umano.

Non è un caso; commenta Bale subito dopo aver letto la sceneggiatura: “sarebbe potuta essere ambientata in qualunque momento della storia americana. Ho immaginato Fort Berringer come se fosse Abu Ghraib”. E infatti, lo stesso Cooper ha utilizzato il soggetto originale di Donald Stewart (Caccia a ottobre rosso, Sotto il segno del pericolo), rimodellando la storia in modo che fosse in grado di riflettere un ethos senza tempo.

Tenero western

Per chi è appassionato di storia americana, quella che si lega alla filosofia politica e al mito della frontiera, oltre che ovviamente alla Dottrina Monroe e ai suoi corollari, questo film regala interpretazioni vastissime e fa venire la voglia di prendere in mano i lunghi racconti di Maldwyn A. Jones.

Per chi adora l’azione, si tenga conto che tutto resta meno spregevole del previsto. I ritmi concitati non ci sono, perché non è questo che regge il film. Cooper è volontariamente lento, sappiatelo.

Per i più sentimentali, Cooper regala tenerezze gradevoli perché lontane dai temibili cliché. Tutte mai scontate e mai esplicite. Per i più attenti, vale la pena accettare la sfida di intercettare l’unico sorriso di Bale nei 127 minuti del film.

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