Il Cratere, la recensione del film: la storia di una figlia e dei sogni di un padre

il cratere

In sala dal prossimo 12 aprile Il Cratere, il lavoro sperimentale di Silvia Luzi e Luca Bellino. A seguire, la recensione del film.

Il Cratere, la recensione: nel cuore della terra dei vinti

Al cinema, se va a Napoli, ultimamente piace concentrarsi o sul sole o sulla camorra.

Ma nel mezzo, come in tutte le cose, c’è il mondo.

E questo probabilmente è uno dei primi motivi per il quale si arriva in sala a vedere Il Cratere, il film scritto e diretto, a quattro mani, da Silvia Luzi e Luca Bellino (Dell’Arte della Guerra, 2012 e La Minaccia, 2008).

Sharon Caroccia

La necessità di riscatto di un padre

Il Cratere, scrivono, “è la terra dei vinti, spazio indistinto, rumore costante”. Nella Napoli di questo film è la periferia della gente comune, di tutti coloro che a stento riescono a sbancare il lunario, sfamando una famiglia ben più numerosa di quelle che siamo ormai abituati a vedere. Attorno al tavolo, durante le loro cene, regna la confusione indistinta di genitori e figli, i cui bisogni ed aspirazioni si accavallano e, spesso, restano sogni.

Ne Il Cratere, Rosario e Sharon Caroccia (nel film, come nella vita), rispettivamente padre e figlia, sono il perno del racconto. Rosario è un ambulante che gira con il suo camion per fiere e feste di paese, regalando peluche a chi pesca il numero vincente. Sua figlia è una tredicenne ancora troppo acerba addirittura per identificare le sue vere passioni. Lo fa il padre al suo posto, che più per riscatto che per manie di grandezza, soldi e successo, ha già deciso che sua figlia deve cantare.

E Sharon ha una bella voce. Ma forse le piace cantare più per se stessa o per gioco, e presto si ritrova solo a subire le speranze ossessive del padre.

Rosario Caroccia in una scena del film

L’idea del film

Su questa traccia, semplice, elementare se vogliamo, Luzi e Bellino muovono con passi claustrofobici le loro telecamere. Il loro obiettivo è quello di mettere a video le sensazioni di ansia, aspettativa, speranza, emozione, paura, ossessione e rifiuto che lentamente maturano in Rosario e Sharon, durante la loro storia.

Lo scopo è riuscire a cogliere la lontananza fisica e mentale che matura tra una figlia ancora troppo giovane da capire chi vuole essere, e suo padre, che le ha già cucito un personaggio addosso.

Per farlo, la regia de Il Cratere si muove magistralmente: gioca con la potenza della presa diretta e la sua ottica rigorosamente 50 mm. Segue i suoi personaggi confezionando un film quasi esclusivamente in soggettiva; utilizza inquadrature strettissime, mai di insieme, spesso sfocate; preferisce elementi di dettaglio, raccontando più per esclusione che per inclusione.

I registi: Silvia Luzi e Luca Bellino

Sono tutte scelte precise, previste e scritte a tavolino, prima ancora di iniziare a girare, dicono. Rappresentano la linea psicologica del film.

E lo spettatore tecnico, lo apprezza. Sa che si trova davanti ad un lavoro sperimentale che vuole e ha da dire qualcosa. L’addetto ai lavori coglie nei cortocircuiti delle immagini i sottotitoli di una meta-narrazione. Applaude all’estro, all’estetica e al coraggio.

Ma poi?

Un film che per essere totalmente apprezzato e complessivamente compreso richiede la spiegazione tecnica, metafisica, si passi il termine, sembra suggerire un risultato paradossale, ovvero: abbandonarsi, purtroppo, allo stesso destino periferico dei suoi protagonisti.

Peccato.

Perché era fresca l’idea di raccontare una Napoli lontana dai suoi soliti clichè. Ma questo è un film per caratterizzare i suoi attori ha giocato su troppe mancanze; la cui unica profondità psicologica è data dalla sua regia, a discapito degli interpreti. E nei suoi 97’ si risente di tutte le immagini sfocate, dell’eccessiva frantumazione dei contesti, della disintegrazione dei luoghi (che si tratti di Napoli, ci si crede sulla parola!). Anche se si è addetti ai lavori.

Un film senz’altro succulento per la critica. Si ha qualche dubbio sull’immaginarlo oltre.

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