Il prigioniero coreano, la recensione: storia di un’innocenza griffata Kim Ki-duk

il prigioniero coreano

Arriva nelle sale Il prigioniero coreano, il nuovo film di Kim Ki-duk sulla duplicità di una nazione che ha ancora tanto da svelare.

L’attesissimo ritorno di Kim Ki-duk alla narrazione politica: il tema del doppio così come è doppia la sua Corea.

Non è mai facile entrare in un film di Kim Ki-duk; e si impiega del tempo a dissipare i nodi che dallo schermo spesso passano inesorabilmente sullo stomaco. Ma alla fine, quando il messaggio è più chiaro, si ha sempre la sensazione di aver imparato qualcosa.

Con Il prigioniero coreano, la sensazione diventa certezza.

Il prigioniero coreano: dittatura contro violenza ideologica

Fino a qualche anno fa, parlare di Corea, in occidente, voleva dire parlare dell’unica Corea possibile: quella capitalista, repubblicana, avanzata. La Corea del Sud.

Quella del Nord, di Kim Jong-un, è solo da poco entrata a far parte della considerazione occidentale ed internazionale, pur restando tuttora per lo più sconosciuta, se non per la testa calda che ne rappresenta l’identità politica, culturale e religiosa.

Il prigioniero coreano è la preziosa occasione di imparare qualcosa di più, con la prospettiva cruda e realistica di un regista straordinario, diamante grezzo scolpito da quel mondo ancora troppo lontano.

Come un pesce intrappolato in una rete

“Fai attenzione: oggi la corrente va verso sud”. Nam Chul-woo (Ryoo Seung-bum) è un pescatore che abita in un piccolo villaggio della Corea del Nord. Come ogni mattina, spinge la sua barca sull’acqua, sapendo di poter navigare solo fino al confine di stato, segnato da una sottile striscia di boe, perché oltre sarà considerato in terra nemica. Nam Chul-woo la corrente la conosce bene; ma quella mattina la rete si impiglia nella sua elica e il motore va fuori uso. E Nam Chul-woo viene trascinato inesorabilmente sulle sponde della Corea del Sud.

Ma chi è un coreano che arriva dall’altra parte della linea? Una spia? O un clandestino che tenta di scappare dalle atrocità della dittatura personale di Kim Jong-un?

Oppure è veramente un semplice pescatore che chiede di tornare a casa dalla sua famiglia?

Nam è tenace e testardo. Dopo lunghi ed estenuanti interrogatori, riesce ad ottenere il rilascio da parte delle forze di sicurezza sudcoreane.

Ma non è finita. Perché tornato sull’altra sponda ora dovrà convincere il potere nordcoreano della propria integrità ideologica, della propria buona fede e, soprattutto, di non aver portato indietro con sè il germe infettivo del capitalismo sudcoreano.

Popoli e ideologie

Due stati, due popoli, due ideologie. Lungo un confine che brucia quanto una ferita fresca. E un complesso di sospetti e considerazioni che dipinge due Coree non poi così diverse tra loro, sviluppando un dramma che affonda le radici nel tema del doppio.

Nam Chul-woo non è che la pedina attraverso la quale le due lingue di terra tentano di conoscersi e scoprirsi, attraverso preconcetti e sospetti inversamente e proporzionalmente paradossali.

Il prigioniero coreano ne diventa quindi la vittima perfetta, schiacciata tra due universi diametralmente opposti e infine troppo simili.

Sebbene alleggerito dai registri forse troppo taglienti di Moebius o del L’Isola, con accenni meno espliciti all’estro psico-sessuale umano, Il prigioniero coreano è un Kim Ki-duk fatto e finito, frustrato dall’inverosimile senso di impotenza ed inutilità.

Una sola cosa resta sul serio da chiedersi: quanto conta la persona oltre lo Stato? Quanto conta rispetto alla dittatura? Quanto rispetto alla violenza ideologica?

Distribuito dalla Tucker film, che si riconferma al timone della distribuzione indipendente asiatica in Italia, Il prigioniero coreano sarà in sala dal prossimo 12 aprile.

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