Il Vizio della Speranza: recensione del nuovo film diretto da Edoardo De Angelis

Il Vizio della Speranza film 2018

Edoardo De Angelis torna alla regia per Il Vizio della Speranza, film che arriva a distanza di due anni dal pluriacclamato Indivisibili.

Il Vizio della Speranza, De Angelis porta le sue donne alla Festa del Cinema

Trascorsi due anni dal pluriacclamato Indivisibili, il regista Edoardo De Angelis si appresta a portare nelle sale il suo nuovo film, Il Vizio della Speranza. Presentata alla Festa del Cinema di Roma 2018, l’opera di De Angelis si sviluppa interamente intorno alla figura della donna e alla maternità.

Al centro di tutto c’è Maria, interpretata da Pina Turco: l’attrice di Torre del Greco, dopo essere stata protagonista de La Parrucchiera nel  2017, si ritrova questa volta a portare sulle spalle un ruolo di grande peso. Come nel film diretto da Stefano Incerti, anche in quello di Edoardo De Angelis la Turco trova al suo fianco Cristina Donadio, la quale riesce ancora una volta a mettere in risalto tutto il proprio talento, di impronta prettamente teatrale, liberandosi senza troppe difficoltà dal personaggio di Scianel (Gomorra – La Serie).

Ne Il Vizio della Speranza le due sono madre e figlia, ma toglietevi dalla mente il classico rapporto che lega una donna alla propria genitrice: Maria (Pina Turco) e Alba (Cristina Donadio), infatti, non potrebbero essere più diverse di come appaiono sul grande schermo.

Edoardo De Angelis ci catapulta sulle rive del fiume Volturno, lì dove il tempo sembra essersi fermato e tutto sembra svilupparsi in perfetto equilibrio tra la vita e la morte. Tra il cielo grigio, la pioggia e il degrado si incrociano le vite di tante donne: a secondo della generazione a cui appartengono, risultano essere più o meno prive della speranza a cui il titolo fa riferimento (la più fortunata è ai domiciliari, per dire). La madre di Maria e sua zia (Maria Confalone) soffrono rispettivamente di depressione e dipendenza da eroina, sposando totalmente quella disillusione generale a cui Maria invece non vuole adeguarsi. Si rimboccherà le maniche e supererà tutti gli ostacoli che si interporranno tra lei e la tanto agognata libertà, poiché a lei davvero “non la uccide nessuno”.

Il Vizio della Speranza film 2018

Bianche, nere, piccole o grandi non importa: una donna deve prima prostituirti e poi, una volta rimasta incinta, portare in grembo quel bambino che dopo nove mesi verrà venduto a coppie disposte a pagare qualunque cifra pur di avere un figlio. Lo sa bene Maria, proprio lei che per essere stata violentata da piccola ha riportato dei traumi tali da non poter avere bambini. Eppure, proprio in quello che sembra essere un luogo dimenticato da Dio, avviene un miracolo e Maria scopre di essere incinta. Una notizia che generalmente provoca gioia ma che in questo caso mette la donna di fronte ad una cruda realtà: infatti, qualora decidesse di tenere il bambino, al momento del parto sarà lei a morire.

Il Vizio della Speranza ci mostrerà così il percorso che porterà Maria a raggiungere nuove consapevolezze, a tenersi stretto quel vizio a cui il titolo del film fa riferimento: non le rimane che quello e la voglia di far vincere sempre il bene, a costo di rimetterci la vita. Sullo sfondo del film troviamo costantemente i colori tipici dell’inverno: scenari violacei, bluastri e spenti, un po’ come le anime che vi si muovono. In quel “microcosmo di anime perse”, emerge però la personalità di chi in alcuni momenti si presenta come una donna fatta e finita, in altri appare invece come una bambina cresciuta troppo presto.

Da sottolineare è la bellezza della colonna sonora del film, tra cui spiccano le musiche originali firmate da Enzo Avitabile. I brani iniziali, simili a canti di tribù al femminile (splendida la versione di Malaika), lasciano poi spazio a quelli intonati dal cantautore partenopeo, una vera e propria garanzia quando si tratta di raccontare in musica le tematiche sociali più crude e drammatiche. Sarà proprio lui, in diversi punti del film, a ricordarci che “Amore” è solo una parola, mentre i gesti e le scelte di Maria tenteranno di dimostrarci che non sempre è così: la sensibilità della donna appare come un fiore capace di crescere anche in uno spiazzo grigio e cementato: un’umanità ed un modo di affrontare la propria esistenza che Maria sogna di poter trasmettere a suo figlio, un po’ come ha già fatto con la giovane Virgin (simbolica, in tal senso, è la giacca di lana che verrà rimboccata nel finale, da una mano che ciascuno di noi può interpretare secondo la propria sensibilità e le proprie credenze).

Ne Il Vizio della Speranza è infatti la fede a far da padrona: una partitura che sembra una parabola ed ha protagoniste donne dai nomi di impronta prettamente religiosa, da Blessing a Maria, passando per Fatimah e Virgin. Il film, nella sua drammaticità, riesce a mettere in risalto il talento dei suoi protagonisti, in particolare Maria Confalone e Massimiliano Rossi, con quest’ultimo che interpreta Carlo Pengue, il barlume di speranza a cui Maria si aggrappa con tutte le proprie forze. E se, come dice sua zia, “madre è anche chi lo desidera il figlio, non solo chi lo fa“, Maria viene ritratta come una madre al quadrato. Emblematica, in tal senso, è la scena che la vede muoversi tra quelle luride quattro mura nelle quali si sono incrociate le vite e i sogni di tante donne: su quei muri leggiamo i loro nomi, probabilmente una firma d’addio alla loro innocenza e, appunto, alla loro speranza perduta.

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