Ingmar Bergman nasceva 100 anni fa: la filosofia nei suoi film

Ingmar Bergman

Esattamente cento anni fa, il 14 luglio 1918, nasceva in Svezia il regista Ingmar Bergman. Un’esistenza dedicata ad un cinema fatto di domande esistenziali.

Søren Aabye Kierkegaard in Ingmar Bergman

Ingmar Bergman nacque a Uppsala (Svezia), da un pastore luterano Erik Bergman e  da Karin Åkerblom. Quello che poi diventerà uno dei registi più influenti della storia del cinema, fu educato secondo i concetti luterani di “Peccato, confessione, punizione, perdono e grazia”, i quali influenzeranno in maniera significativa il suo cinema e tutta la sua esistenza.

Mentre la paternità è certa, non è sicuro che la vera madre sia stata Karin Åkerblom: sembra infatti che la madre naturale fosse Hedvig Sjöberg.

Ingmar Bergam è stato un regista svedese tra i più prolifici è una delle personalità più eminenti della storia del cinema: è stato un artista totale, realizzò e curò opere teatrali, opere musicali, sceneggiature in maniera ossessiva per tutta la sua vita. 

“Non puoi  chiudere, imprigionare Bergman dentro una definizione, anche se ricca e generosa. Sarebbe contro natura.” Bernardo Bertolucci

Ingmar Bergman La filosofia nei suoi film (Sussurri e grida)

Questo fotogramma di Sussurri e Grida (1973) è emblematico e indispensabile per designare la filosofia di Kierkegaard nel cinema di Ingmar Bergman. In questo fotogramma la direzione dello sguardo è fondamentale: muta, il singolo non contempla più la figura di Dio, ma se stesso e l’Altro, come Kierkegaard, Bergman pone al centro del suo pensiero/cinema l’individuo.

I volti (primi piani) in Bergman sono dei paesaggi espressivi/interiori, che trafiggono lo schermo e stabiliscono un dialogo riflessivo/interiore con lo spettatore.  L’unica categoria presa in esame è ricondotta a quella del singolo. Il solo criterio possibile è la decisione.

“Se l’uomo saprà guardare nei suoi abissi, senza temere, incontrerà l’Altro.”

Per Kierkegaard si perviene a Dio soltanto mediante la fede, l’Assoluto, il proprio percorso individuale, solipsistico, sofferto e tragico.  La realtà è la proiezione della coscienza individuale. In tal senso sono determinanti le scelte esistenziali che si presentano all’uomo, teorizzate nei tre stadi kierkegaardiani dell’esistenza: estetico, etico e religioso.

Bergman, come il grande filosofo danese Kierkegaard, crede in una verità religiosa individuale/soggettiva, data dal libero arbitrio tra l’essere e ciò che potenzialmente l’individuo può essere. Tuttavia, personaggi come Karin, Tomas, Ester, protagonisti della Trilogia religiosa o Del silenzio di Dio  pur essendo consapevoli delle proprie capacità, non hanno il coraggio di compiere LA scelta determinante, rinnegano la fede e  Dio e sprofondando nella disperazione totalizzante, che per Kierkegaard è la malattia mortale: l’impossibilità di scegliere se stessi.

L’uomo è stato abbandonato da Dio nel Mondo (…)così non ho altro fine se non me stesso. È una specie di verità. È una verità mia personale, o una verità a tre quarti, o una verità inesistente se non per il fatto che essa ha valore per me.”

In definitiva, Bergman si interrogò per tutta la vita sull’esistenza e sulla natura di Dio.

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