Io sono Tempesta: recensione e trama del nuovo film di Marco Giallini

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Una commedia giocata sul filo dell’imprevedibilità. Questo, e tanto altro, nella recensione di Io sono Tempesta, con Marco Giallini e Elio Germano.

Io sono Tempesta, la trama: Marco Giallini, Elio Germano e la nuova commedia all’italiana

Nasce dalla cronaca, ma procede con l’esplicito intento di sfiorarla soltanto, il nuovo film di Daniele Luchetti, Io sono Tempesta, in sala dal prossimo 12 aprile, scritto insieme a Giulia Calenda e Sandro Petraglia.

La storia è quella di un facoltoso uomo d’affari al quale non manca nulla: ha carisma, fiuto per gli affari e pochi scrupoli. Gestisce un ingente patrimonio, mette insieme fondi azionari, acquista hotel di lusso all’interno dei quali abita solo, nell’attesa di rivenderli.

Insomma, Umo Tempesta è un riccone circondato da beni di ogni tipo ma privo di vita attorno. Un giorno la legge gli presenta il conto e a causa di una condanna per evasione è costretto a scontare un anno di pena ai servizi sociali presso un centro di accoglienza.

Ogni riferimento non è puramente causale,ma resta fortunatamente circoscritto

Perché di film sul peggio della nostra rappresentanza sociale e politica, ce ne sono ormai fin troppi, già visti e in lavorazione. Un punto a Luchetti, che sceglie di non farne ulteriore pubblicità, dissacrante o moralista che sia.

E poi Numa Tempesta è simpatico. È uno scorretto sbruffone. Accattivante e spavaldo. In due parole, è Marco Giallini.

Con lui, un cast ben costruito, che mescola talenti presi dalla strada ad attori professionisti, guidato da Elio Germano, che veste i panni di Bruno, un padre che ha perso moglie e lavoro e si ritrova a ricominciare tutto da capo con un figlio a seguito.

Lui è solo la prima simbolica rappresentanza dei comuni mortali, ovvero di tutti coloro che sono l’utenza primaria del centro di accoglienza cui Tempesta è stato destinato.

L’incontro tra i due sistemi, sintetizzabile sull’asse ricchezza-povertà, offrirà un’occasione unica di scambio, dagli esiti non poi così scontati…

In tal senso, Daniele Luchetti ha scelto bene i suoi registri, riuscendo a mostrare tutti i suoi caratteri senza la necessità di giudicarli né di compatirli, ovvero equiparando il loro punto di vista, spogliato completamente di moralismo o perbenismo.

E probabilmente è la chiave vincente del suo film.

Chi è il cattivo?

Non a caso, Io sono Tempesta si fa apprezzare perché rifiuta un principale assunto: l’abitudine di dipingere la ricchezza quale sinonimo di negatività, come se alla volontà di portare l’uomo d’affari italiano sullo schermo corrisponda la sola necessità di farne vettore per un messaggio moralista, risolutivo sul lieto fine, per esaltare al contempo la virtù delle classi sociali cui tutt’oggi si contrappone.

Daniele Luchetti invece, firma un film nel quale insiste un intelligente livellamento morale tra le diverse componenti di classe economica, al punto che a pari opportunità di risalita, il denaro vince sempre sulla morale, indipendentemente dall’estrazione economica di partenza.

Come dice Luchetti stesso: l’unica morale del film forse è proprio che la morale non c’è, ovvero: sarà Tempesta a diventare buono o gli altri a diventare dei figli di puttana?

Nel calderone, un’unica anima pura, incorruttibile, ligia, quella di Angela, direttrice del centro, interpretata dalla bravissima Eleonora Danco. Una, appunto. Una sull’intero.

Una farsa sociale sui generis

Non c’è dubbio. In questa annata del cinema italiano, la commedia alla ricerca di spessore intelligente domina incontrastata la scena. La sua esigenza è quella di affrontare i temi densi dell’attualità con un registro spensierato, arrivando a contagiare la quota più ampia possibile di pubblico.

Tra tutte, questa è una commedia all’italiana, una delle migliori ad essere arrivata sulla piazza negli ultimi tempi, perché l’ambizione di Luchetti di portare in scena una farsa sociale, un’opera buffa, come dice lui, può ritenersi ampiamente soddisfatta.

Perché il trittico Luchetti-Giallini-Germano ci ricorda la differenza tra una commedia italiana e la commedia all’italiana.

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