Iron Fist 2, recensione: la serie Netflix migliora ma non convince del tutto

Iron Fist 2

Iron Fist 2 riprende la storia di Danny Rand e la sviluppa tra ritorni dal passato, ossessioni del presente e lati oscuri dell’animo.

Iron Fist 2, la serie guadagna in ritmo ma, escluso il personaggio di Mary, è ancora zavorrata dal “già visto”

Dopo la prima deludente stagione di Iron Fist i cui difetti, lunghezza spropositata e annacquata delle trame, origini stiracchiate e pasticciate, sono stati superiori ai pregi, i fan del personaggio e delle serie Netflix, sotto il brand Marvel Television, attendevano Iron Fist 2 nella speranza di una redenzione. La scelta di puntare su Scott Buck come nuovo direttore di serie è stata vista come l’ammissione da parte della produzione che qualcosa non aveva funzionato nel modo giusto.

Un’altra figura importante come il coreografo delle scene d’azione è stata sostituita con l’obiettivo di rendere queste più interessanti, realistiche e meglio gestite di quelle davvero poco convincenti della prima stagione. Le prime puntate della seconda stagione in questo senso fanno tirare più di un sospiro di sollievo. Intanto si parte subito con una sequenza di combattimento molto veloce ed efficace e che si chiude al meglio con l’uso di quel potere, l’Iron Fist, che dà il nome al personaggio, che nella prima stagione aveva latitato o era stato mostrato senza grande mordente diventando quasi un corpo estraneo in molte situazioni quasi che gli autori fossero stati obbligati a mettercelo. Rispetto alle altre serie Netflix, Iron Fist 2 ha “solo” dieci puntate a fronte delle canoniche 13, venendo incontro alle tante critiche mosse contro un format troppo rigido e narrativamente ingolfato. Con tredici puntate, anche nelle serie più riuscite, ci sono stati episodi riempitivo che servivano per raggiungere la quota e basta. Il meno tempo a disposizione ha avuto l’effetto positivo di presentare senza preamboli vari i personaggi e le coordinate dell’azione rimettendoci velocemente in pari con quanto successo ai protagonisti nella serie precedente.

Danny Rand/Iron Fist ha trovato una pace interiore e domestica convivendo con Coleen Wing. Entrambi si sono lasciati alle spalle la missione di una vita e hanno risolto la questione con la setta Ninja della Mano. La sconfitta dei cattivi di sempre ha lasciato il più classico dei vuoti di potere a Chinatown. Questo ha portato ad una guerra nelle strade tra gang rivali per prendere il controllo dei loschi immancabili traffici del quartiere cinese. Una situazione a dir poco esplosiva in cui si inseriscono altre tre sottotrame. Due sono di carattere familiare e mettono sia Coleen che Danny a confronto con il loro passato. Coleen si trova ad indagare su un oggetto di famiglia che le riporta alla mente ricordi della madre, mentre Danny “affronta” il ritorno in affari della sorellastra Joy Meachum (interpretata da Jessica Stroup). Danny non ha solo il passato neyorchese con cui convivere, ma al momento incarna anche l’eredità della scomparsa mitica città di K’Un Lun dove ha ricevuto l’investura al ruolo di Iron Fist. Dal passato mitico torna la figura di Davos, il suo rivale al tempo dello scontro per decidere chi sarebbe stato il prescelto, e che ad insaputa di Danny sta facendo comunella con la sorella Joy con l’obiettivo comune di farla pagare a Danny.

Uno degli elementi più interessanti di Iron Fist 2 e lo è maggiormente se si è digiuni del personaggio a fumetti e quindi si può scoprirlo ed appassionarsi alle sue vicende seguendo la serie tv, è Mary interpretata dalla sorpresa attoriale Alice Eve. Una donna timida tranquilla impacciata, disegnatrice che soffre di strane crisi in cui si isola dal mondo e sembra diventare un’ altra persona totalmente diversa. Ossessione che è un altro dei fili narrativi che legano i personaggi di Iron Fist 2 anche se a livello più simbolico. Danny Rand ha l’ossessione di non essere davvero in pace come ha fatto credere di aver semplicemente sostituito una missione con quella datagli da Daredevil (nella miniserie Defenders) di proteggere la città. Ossessione che diventa paura di liberare il suo lato violento e oscuro che tiene a freno sfogandosi in un deposito sotterraneo. Coleen ha l’ossessione di non potersi lasciare alle spalle la via del guerriero. Ha intrapreso quella del volontariato e appeso la katana al chiodo ma si chiede quando questa possa durare? Davos ha l’ossessione di riprendersi quanto Danny gli ha sottratto e vuole dimostrare che i saggi di K’un Lun si sbagliarono quando diedero a Danny Rand l’onore di combattere il drago che gli avrebbe dato l’Iron Fist. Joy è ossessionata dalla vendetta. Tra gli “ossessionati” c’è anche l’altro fratello Ward Meachum (interpretato da un convincente bastardo quanto basta Tom Peltrey) che oscilla tra gli alcolisti anonimi e il mondo finanziario.

Anche se in modo più limitato rispetto ad altre serie la seconda di Iron Fist soffre della sindrome di Netflix/Marvel per il realismo e le ambientazioni, dopo quasi dieci serie ambientate in città, diventano gioco forza ripetitive anche se rispetto ad altre prduzioni le luci e la cura degli ambienti mitigano l’effetto di “già visto”. Regie e scritture degli episodi sono in linea con il meglio dei Marvel Netflix, ma anche qui a parte alune scene (una su tutte nel primo gruppo di episodi quella della cena della riconciliazione tra Danny e Davos ) si va quasi con il pilota automatico. Il passo in avanti netto rispetto alla prima serie lo fanno gli attori da Finn Jones che ci offre un Danny Rand in bilico tra diversi elementi della sua vita ma convincente e determinato come Iron Fist. Indossa anche una sorta di maschera che richiama quella del fumetto. Lo stesso miglioramento si registra in Coleen (attrice Jessica Henwick) a cui la vita “domestica” dà quel contrasto che non aveva nella precedente serie troppo impegnata ad essere guerriera e pedina della Mano. Il Davos di Sascha Dhawan è costruito come una sorta di riflesso oscuro di Danny. Una versione che risponde alla domanda cosa sarebbe successo se l’Iron Fist fosse stato dato ad un fedele degli antichi miti che sfiora il fanatismo anche nella sua applicazione dell’onore.

In conclusione si può dire che era facile fare meglio della prima stagione deludente in tanti aspetti. La strada intrapresa è giusta, ma ci sono ancora diversi elementi da migliorare come quelli (claudicanti in tutte le serie Netflix) legati al soprannatturale e c’è la necessità di uscire dal set cittadino. L’aggregatore di critiche rotten tomatoes, una sorta di agenzia di rating per i prodotti tv e cinematografici mainstream, sottolinea il miglioramento passando dal 19% ad un più cospicuo 52% di gradimento. C’è sempre l’idea che in queste serie un po’ per il budget un po’ per le scelte realistiche non si voglia provare a fare altro se non dei comunque buoni prodotti. La quota fumetto, inteso come spirito atmosfere nemici e un po’ di situazioni più pittoresche è aumentata, ma è ancora distante da quella che si registra in altre serie tratte dai comics di super eroi.

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