Keanu Reeves in Wonderland: nella tana del coniglio bianco, tra verità e paradosso

Keanu Reeves

Il 2 settembre di cinquantaquattro anni fa, nasceva a Beirut il vampiro di Hollywood, l’uomo che non sa invecchiare: l’attore Keanu Reeves.

Keanu Reeves in Wonderland

Per alcuni è un uomo senza tempo, proprio come il vampiro che combatte in Dracula di Bram Stoker, per altri è una star caduta dal cielo hollywoodiano che si atteggia a uomo comune, ma per i più è, e resterà, Neo: il tenebroso protagonista di Matrix. Stiamo parlando di Keanu Reeves, l’attore che, una ventina di anni fa, decise di vestire i panni di Alice e gettarsi nella tana del coniglio bianco per mostrarci quanto potesse essere profonda la realtà del nuovo millennio.

Siamo nel 1999 quando Matrix viene proiettato, per la prima volta, nelle sale cinematografiche. Keanu Reeves ai tempi era un attore affermato che poteva vantare collaborazioni illustri come quelle con Patrick Swayze (Point Break), Anthony Hopkins, Gary Oldman (Dracula di Bram Stoker) e Al Pacino (L’avvocato del diavolo). Ancora non sapeva che il progetto presentatogli dagli, allora, fratelli Wachowski l’avrebbe consacrato definitivamente nel firmamento della settima arte.

Il film uscì nell’ultimo anno del millennio più travagliato della storia umana e, accantonati i brutti ricordi di due tremende guerre mondiali, lanciava uno sguardo, poco rassicurato e rassicurante, verso un futuro distopico imperniato sulla degenerazione della rivoluzione tecnologica. Matrix, come tutte le grandi opere, guarda al futuro gettando le sue radici nel passato e lo fa precisamente nel lontano 1865, anno di pubblicazione del racconto (o romanzo di formazione) per bambini: Alice in Wonderland di Lewis Carroll. I fratelli Wachowski, che in quella specifica occasione furono sia sceneggiatori che registi, lasciarono parecchi indizi lungo la trama per spingere lo spettatore verso l’analogia con l’opera letteraria inglese. Il legame tra Matrix e Alice in Wonderland è determinato dal fatto che veicolano lo stesso processo d’individuazione della verità, quello che passa attraverso il paradosso.

Il paradosso è un’espressione in apparente contraddizione con i principi generali della logica e, per certi versi, è la massima rappresentazione della verità. Per spiegare il legame che salda questi due concetti ruberò l’idea orwelliana di bipensiero, espressa in 1984, secondo cui si deve essere in grado di pensare, contemporaneamente, due cose diverse in contraddizione tra di loro. Il protagonista del romanzo, per esempio, arriverà a credere che il risultato della somma tra due e due non sia solo quattro, ma anche cinque. La verità è plasmata dal linguaggio, ciò che diciamo, sentiamo e leggiamo le dà concretezza e il linguaggio è un prodotto del pensiero. Il pensiero, purtroppo, è qualcosa di estremamente manipolabile (tanto che è in grado di entrare in contraddizione con se stesso), da qui ne consegue che anche la verità lo sia. Tuttavia, la verità, per essere tale, dovrebbe essere una, cadendo questo presupposto cade il concetto stesso. Al termine di questi capogiri mentali non resta nulla, se non, in mezzo ad una landa arida e desolata, un ultimo paradosso: l’unica verità è che la verità non esiste.

Keanu Reeves

Ma è nel principio delle opere, prese in analisi precedentemente, che nasce la cruciale divergenza, qui si scontrano due entità che sono da sempre al centro del pensiero umano: natura e cultura. Potrà sembrar banale, ma il fatto che il coniglio che farà sprofondare Alice nel Paese delle meraviglie sia fatto di carne e d’ossa, mentre quello che farà lasciare Matrix a Neo sia solo un tatuaggio non è casuale. Secondo Carroll la verità andava ricercata nella natura, infatti egli sosteneva che i bambini non andassero educati in istituti zeppi di precettori, ma lasciati liberi di apprendere a contatto con la natura (seguendo dunque i principi sull’educazione esposti da Rousseau ne: L’Emilio). Dall’altro lato secondo i Wachowski all’essere umano, persa ogni parvenza naturale, per svelare la verità non resta che aggrapparsi con tutte le sue forze al surrogato da lui creato: la cultura. Due approcci diversi per sbarcare sullo stesso sistema carico di paradossi rivelatori.

Per uscire da Matrix (un simulatore di realtà virtuale) e approdare nella realtà è necessario e sufficiente accettare il primo paradosso del film: per nascere bisogna morire. Ciò che Neo aveva costruito in Matrix deve svanire: il suo lavoro, i suoi affetti, i suoi sogni e i suoi averi, come se la morte l’avesse colto nel fiore degli anni. Neo abbandona tutto con una promessa: egli non finirà né in paradiso, né all’inferno, ma nascerà a nuova vita. Questo è l’unico modo per abbandonare Matrix e accedere alla “vera” realtà. Superato l’ostacolo più grande e “riattivato” il suo corpo di carne che era rimasto atrofizzato per troppo tempo, il protagonista inizia un personalissimo processo di formazione. Neo, attraverso dei floppy disk, impara velocemente diverse abilità da poter sfruttare all’interno di Matrix, questa è una valida rappresentazione del discorso secondo il quale ci sono diverse cose che si possono apprendere facilmente mediante processi culturali, ma se si vuole scavare e andare alla ricerca della più profonda verità e della nostra identità il processo da seguire è un altro ed è molto più tortuoso.

Questo cammino inizia quando, nella sala d’attesa dell’oracolo, Neo incontra un bambino che piega i cucchiai utilizzando esclusivamente la forza della mente. Secondo questo enfant prodige il trucco sta nel pensare che il cucchiaio non esista, ma questo è evidentemente paradossale per la mente umana, visto che reggere un oggetto pensando al tempo stesso che non esista viola il principio di non contraddizione (bisognerebbe possedere il suddetto bipensiero). Il cucchiaio sarà il medium che permetterà a Neo di comprendere la sua natura di eletto, difatti durante lo scontro finale con Smith accederà ai suoi illimitati poteri al sol pensiero di: “Il cucchiaio non esiste”. Infine l’oggetto rivelatore ricomparirà nel sequel: Matrix Reloaded. Poco prima che Neo riparta sulla Nabucodonosor gli viene consegnato, da un suo ammiratore, lo stesso cucchiaio che compariva nel film precedente. Neo durante questo viaggio avrà modo di parlare con l’architetto di Matrix, il quale gli svelerà il reale scopo dell’eletto.

L’opera cinematografica dei fratelli Wachowski dunque non è solo una rappresentazione distopica del mondo, bensì è rivelatrice di un messaggio profondo, da troppo tempo celato sotto una favola per bambini. La realtà è divisa in due porzioni: una è Matrix: dove conoscere, crescere e, in sostanza, vivere, risulta alquanto semplice e confortante; l’altra è la tana del coniglio bianco, dove nulla sembra reale, dove il paradosso regna sovrano, ma è proprio per questo che lì risiede il vaso di pandora contenente ciò che ogni essere umano dovrebbe bramare: la verità.

Chi l’avrebbe mai detto che Keanu Reeves e Alice avessero così tanto in comune?

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