Kursk: la recensione del film diretto da Thomas Vinterberg

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Kursk, il nuovo film di Thomas Vinterberg sulla tragedia che colpì l’omonimo sottomarino russo, è stato presentato alla XIII° festa del cinema di Roma.

Kursk: il relitto di una nazione

C’è una immagine in Kursk che lascia spiazzati; sono le riprese del concerto dei Metallica a Mosca che si tenne nel 91. Non lasciano interdette di per se, ma sembrano il seme di una riflessione su una realtà spuria, ancora in cerca di una sua identità, che alterna elementi di civiltà capitalistica e occidentale al perdurare di modi di operare ancora molto legati a quando la Russia era parte dell’URSS.

Kursk, il nuovo film di Thomas Vinterberg e prodotto da Luc Besson, narra i disastrosi eventi che seguirono l’esplosione dell’omonimo sottomarino russo durante una esercitazione nel mare di Barents. Difficile in un film su le profondità delle acque non vedere più di un livello di lettura, da quello più superficiale a quello più profondo. Anche perché il film sembra voler proprio organizzarsi in tal modo, lasciando la burocrazia e la retorica sulle navi e sulla terra ferma ed esplorando un punto di vista più intimo sulla tragedia quando si scende in profondità, fra quelle  lamiere che sembrano tanto la carcassa eviscerata di un gigante degli abissi.

I diversi piani visivi e narrativi di Vinterberg

Del resto che vi siano almeno tre punti di vista nel film, Vinterberg lo dice subito, passando senza soluzione di continuo da un formato in 4/3 ad uno in 16/9, fino ad arrivare al widescreen finale, come a sottolineare che ci sono storie che vanno narrate con strumenti filmici diversi e complementari fra loro.

Il film è infattì una creatura anche essa spuria; in parte, vista la presenza di Luc Besson alla produzione, si aspirava a realizzare un film spettacolare, dal budget elevato, una grande produzione europea di ampio respiro e dal cast ricco di talenti del vecchio continente. Abbiamo Matthias SchoenaertsMax von Sydow nei panni dell’Ammiraglio russo  Petrenko, Colin Firth in quelli di un Commodoro della Royal Navy, David Russell che cerca invano di portar soccorso per tempo ai sopravvissuti.

Tornando al concerto dei Metallica, Vinterberg ci mostra due giganti ridotti in macerie e nei quali è difficile trovare salvezza; il relitto del Kursk, ma soprattutto quello di una Russia totalmente inadeguata al passaggio culturale verso cui è andata incontro. Un paese povero, in cerca di una struttura solida identitaria che fatica a sopravvivere, che ha venduto pezzo dopo pezzo il suo patrimonio fino a ritrovarsi che il sommergibile di salvataggio che avrebbe tratto in salvo i marinai è stato venduto agli Stati Uniti per fare visite guidate al relitto del Titanic dopo l’omonimo film di James Cameron. Un paese in cui coesistono due anime, una conservatrice e una più riformista, che si scontrano fra loro in virtù di un prestigio che è evidentemente solo di facciata. Uno stato che ancora non ha saputo ritrovare un suo punto di fuga prospettico che riallinei tutti i suoi elementi e che naviga a vista in una realtà deformata.

Le profondità intimiste

D’altro canto Vinterberg vuole dare una visione intimista della tragedia e per farlo lascia letteralmente in superficie le tediose diatribe politiche e istituzionali così come le lotte dei familiari per avere il giusto e risolutivo intervento per i loro cari, utili dal punto di vista narrativo e nel mostrare una Russia degradata ma poco coinvolgenti e ci trasporta letteralmente sul fondale del mar del Nord, dove giacciono i sopravvissuti.

È qui che sta il cuore del film, in questa lotta disperata e vitalistica di 23 marinai che si ritrovano in una condizione estrema e pian piano prendono coscienza che non vi sarà un lieto fine al loro tribolare. Esemplificativa è la bellissima scena nella quale il personaggio interpretato da Matthias Schoenaerts ragiona con un suo sottoposto sui ricordi che un figlio piccolo come il suo serberà del padre, in una struggente riflessione sulla caducità della memoria personale, a fronte di una memoria storica, che come un monito, Kursk ci spinge a ricordare bene.

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