La Prima Notte del Giudizio: recensione del quarto capitolo e prequel della saga

la prima notte del giudizio

Questo quattro luglio è stato presentato  La prima notte del giudizio, quarto film della fortunata serie creata da James DeMonaco e prequel dei tre capitoli precedenti. Festeggiamo l’anniversario della nascita di una nazione scoprendo l’origine della distopica e metaforica notte senza legge.

La prima notte del giudizio: la storia americana ridotta a banconote

L’occhio di Benjamin Franklin della banconota da100 dollari, seligrafato e appeso a muro,  è l’unico emblema dei padri fondatori veri degli Stati Uniti che compare in La prima notte del giudizio. Con un gusto dissacrante il simbolo del passato è solo veicolato dal denaro, privato di ogni valenza etica, politica e filosofica.  Quando si smarrisce la via, come nel futuro distopico della saga de La notte del giudizio  è buona norma rivolgere il proprio sguardo al passato, chiedere consiglio ai propri avi. Lo sceneggiatore James DeMonaco è ben consapevole che gli Stati Uniti hanno sempre avuto una forte resistenza ad accettare che la loro individualità e di concerto il loro individualismo, non sia che un illusorio bisogno di sentirsi indipendenti; il  lascito nato il 4 luglio del 1776 esalta la libertà di ognuno ma al contempo la lega indissolubilmente ad un passato e ad una storia di cui si è figli e discendenti (e pertanto responsabili).

In una nazione sgretolata come quella descritta da DeMonaco ne La prima notte del giudizio, la reazione alla crisi di identità non è il sano recupero di una purezza giovanile in nome di un progresso di fisiologica maturazione, ma, per il rifiuto di rischiare di mostrarsi deboli rivolgendosi ai veri padri,  l’insalubre creazione  di ingannatrici figure parentali e paternalistiche. I nuovi padri fondatori non sono che una personificazione di quella paura atavica degli americani di non sapersi rinnovare partendo dalla pluralità che è il loro fondamento.

Staten Island teatro de La prima notte del giudizio

Gli stati uniti non sono una tela intonsa e monocroma, sono più una trapunta fatta da tante stoffe diverse, cucite da mani di tutti i colori, che avvolge e protegge quel sogno che nel film viene dato per defunto. C’è un filo comune che unisce ogni toppa di questa coperta dai plurimi strati e la tiene tesa nel bene e nel male ed è la tendenza a voler primeggiare. In una realtà degradata il modo più immediato per farlo è attraverso lo strumento  paradossalmente più ancestrale: la violenza, la manifestazione fisica della propria rabbia. Da queste premesse parte un esperimento che vede Staten Island capsula Petri, con rimandi al primo cinema di Carpenter .Obiettivo del progetto pilota è sfruttare la povertà, l’ignoranza e la mancanza di una identità solida, per risvegliare gli istinti più primordiali, l’innata natura predatoria dell’uomo, soprattutto se affamato, e ripercorrere pertanto tutte le tappe evolutive di una collettività, demolendone le fondamenta e riducendola ad un puzzle i cui contorni sono quanto mai frammentari e la figura da descrivere ignota. Una società il cui “nuovo sogno” è così giovane e puerile da essere impotente come un neonato e quindi facile da gestire e riportare ad un ordine malsano.

Idee e metafore ridotte a mero sfoggio di violenza

Le tracce metaforiche che  porta avanti questo prequel e quarto capitolo della saga creata da DeMonaco sono fin troppo smaccate, i personaggi eccessivamente monodimensionali, il teorico arco evolutivo troppo piatto. Quel complesso pluralismo di cui è fatta la società è ridotto ad un manicheo dualismo etnico ed economico. Il nemico che dovrebbe essere interiorizzato viene esorcizzato in figure dalle fattezze e dai costumi troppo stereotipati perché siano credibili. Le analogie imperialistiche con la Roma dei Cesari sono espresse in modo didascalico e con grossolane approssimazioni storiche.

Rimane il rammarico per una idea di fondo interessante e che avrebbe potuto essere sviluppata su tanti piani, ma che dopo una breve parte introduttiva, si perde in coreografiche scene di violenza, in raptus di aggressività  e brutalità fini a se stessi, anche se, al termine della proiezione, un senso di disagio nel guardarsi intorno chiedendosi quanto ci sia di verosimile lo si sente insinuarsi subdolamente nel proprio animo, anche perché il mondo descritto potrebbe essere più vicino al nostro di quanto vorremmo pensare.

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