La stanza delle meraviglie: recensione del nuovo film di Todd Haynes

La stanza delle meraviglie film 2018

La stanza delle meraviglie ‘Wonderstruck’, con Julianne Moore e Michelle Williams, è il nuovo film diretto da Todd Haynes, da un romazo di Brian Selznick. Racconta due storie parallele di solitudine, lontane nel tempo e nello spazio, in cerca di un punto di incontro.

La stanza delle meraviglie, l’artificio formale di Todd Haynes

Una esperienza epidermica che ci avvolge durante l’intera pellicola. Un viaggio nella storia di tutte le forme di espressione delle quali il cinema si è avvalso nel corso della sua breve esistenza. Questo è prima di tutto La stanza delle meraviglie, presentato alla 70ª edizione del Festival di Cannes. Un film che ripercorre la vita e le fasi evolutive più importanti della settima arte stessa. Dalla giovinezza fatta di comunicazione non verbale, uso di suoni e rumori che suggeriscono acusticamente l’oggetto o l’azione, allo sfruttamento di una forma di locuzione ancora immatura ma efficace.

Una realtà primordiale, quella descritta sapientemente dal regista, nella quale l’occhio della cinepresa non riesce ancora a cogliere le cromie e rielabora le immagine in vellutate sfumature argentee e nello spettro di variazioni luminose che oscillano fra il nero e il bianco; in  uno scorrere di figure dagli sfondi tratteggiati con profili semplificati, che assumono un valore simbolico.
L’introduzione del sonoro, che rappresentò una cesura importantissima nelle strategie di trasmissione del messaggio, da il la alla conseguente ricerca di un adeguamento ad un progresso tanto inevitabile, quanto spaventoso. La fuga verso un contesto diverso nel quale maturare ed elaborare le proprie capacità creative infantili.
Il momento di passaggio, nel quale la narrazione diventa stop motion e animazione, diorama all’interno dei quali immortalare attimi dal significato espanso nel tempo e nello spazio, forma il pertugio all’interno dei quale si raccoglie il ricordo dei nostri vissuti.
Una fase ultima, che fluisce contrapposta e di concerto, e va a terminare il film; la pellicola qui imprime i colori primari e li mescola derivandone tutta la paletta cromatica. Una maturità che scopre la parola, ma in modo metaforico rielabora il suo passato, ritrovando, proprio attraverso un tentativo fallimentare di connessione (telefonica), l’importanza e la valenza di tutte le manifestazioni sensoriali.

Le due solitudini parallele

Due storie (una è ambientata nel 1927, l’altra nel 77) che procedono su due binari temporali, separati da un sapiente uso del montaggio e da 50 anni di immagini taciute, si dipanano nel nuovo film di Tod Haynes.
Un film che come dice il titolo è la stanza delle meraviglie, una collezione di contenuti dal valore simbolico e storico. Il regista, in veste di curatore, decide di esporre e condividere tali manufatti, racchiudendo degli oggetti che passano dall’avere un valore affettivo ed emotivo personale ad acquisire un’ importanza universale, raccontando, come ogni museo, la storia di tutti.

La stanza delle meraviglie è un percorso composito attraverso il cinema, ma anche una storia di abbandoni che cerca attraverso i vari livelli di lettura di unire due solitudini separate dal tempo in una nuova forma di relazione.
Il concetto che la “fotografia” di un paesaggio riveli molto di chi lo ha guardato e immortalato (che sia un modello e non una istantanea conta poco), del suo passato e del suo futuro, assume nel film di Haynes un senso ancora più profondo e letterale, divenendo a tutti gli effetti l’anello di congiunzione fra due epoche e fra due storie. Una cartina geografica tridimensionale che non racconta solo un luogo, ma lo scorrere di una vita all’interno di quelle strutture, che ne sono testimoni. Una mappa che conduce verso la scoperta sia delle proprie origini che del proprio lascito, che porta ad un tesoro emotivo e simbolico fatto di connessioni interpersonali.

Il film arriverà nelle sale italiane il 14 giugno 2018.

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