La Terra dell’Abbastanza: recensione del film dei fratelli D’Innocenzo

La Terra dell'Abbastanza film 2018

Damiano e Fabio D’Innocenzo esordiscono alla regia con La Terra dell’abbastanza, film presentato nella sezione “Panorama” all’ultimo Festival di Berlino, nelle sale italiane dal 7 giugno 2018.

Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti sono i protagonisti de La Terra dell’abbastanza

Gli effetti di Gomorra sul cinema italiano? Forse sì. O forse no. Il film rappresenta di certo un esordio notevole dei gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo che a quanto pare prima di questo lungometraggio non avevano girato nemmeno il video di una comunione, cosa che stupisce molto positivamente. Motivo per cui i due autori si sono avvalsi – così hanno dichiarato – di ottime maestranze (Carnera, Spoletini, Bonfini e altri artisti che hanno lavorato a salario ridotto) per imparare sul campo e mettere al servizio della loro storia i vari mestieri del cinema. Ci auguriamo sin da subito un futuro roseo per questi nuovi cineasti classe ’88.

La Terra dell’abbastanza (il cui titolo vuole parafrase il wendersiano La Terra dell’abbondanza mentre il titolo internazionale Boys cry la celebre canzone dei The Cure) parte subito col “botto”: i due giovanissimi Manolo (Andrea Carpenzano che ha esordito in Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni) e Mirko (Matteo Olivetti, stella nascente da tenere d’occhio) stanno mangiando in auto e con la bocca piena ridono scioccamente chiedendosi come sarà il loro futuro e cosa dovranno mai fare per campare quando accidentalmente investono un passante.

La disgrazia si trasforma presto in una possibilità di svolta per la loro vita: il “malcapitato” era un pentito ricercato da un clan rivale e, incoraggiati nientemeno che dal padre di Manolo (Max Tortora in un inusuale ruolo drammatico), ai due si spalancano le porte della malavita, sia come killer che per altri loschi traffici.

La Terra dell'Abbastanza film 2018

Le loro vite cambieranno radicalmente, forse in maniera un po’ troppo rapida, ma i D’Innocenzo ci vogliono proprio far riflettere sul fascino istantaneo e avvinghiante della “cattiva strada”. La storia procede spedita donando molta attenzione al personaggio della madre di Mirko (prova superba di Milena Mancini) fino allo spiazzante plot twist alla fine del secondo atto che condurrà all’inevitabile amaro finale. 

Il film è nato dall’interessamento dei produttori Agostino, Giuseppe e Maria Grazia Saccà riguardo la sceneggiatura proposta dai fratelli D’Innocenzo ed insieme al resto della troupe hanno scommesso sul folgorante script. Bisogna ammettere che La terra dell’abbastanza è un film ben scritto per essere nato dalle mani di due principianti del cinema, precedentemente interessati a fotografia, pittura e poesia.

Anche se alcune motivazioni dei personaggi sono un po’ deboli e la costruzione degli archi di trasformazione dei protagonisti è troppo sbrigativa, espressivamente la storia è rafforzata da poche ma buone sospensioni narrative create magistralmente con il montatore Marco Spoletini miscelando rallenty e soundtrack.

A proposito della banda sonora è un peccato che il film non sia esente da un tipico difetto di alcuni film italiani: gli attori in qualche passaggio sbiascicano o sussurrano il copione al limite della comprensione uditiva. 

Uno dei migliori film italiani del 2018 che si aggiunge a incentivare la nascita di nuovi autori nel nostro cinema, sempre più lanciato anche all’estero (parlano i risultati di Guadagnino agli Oscar e di Garrone e gli altri a Cannes).

Dopo il successo di critica lo scorso febbraio al Festival di Berlino il film è freschissimo di 3 candidature ai Nastri D’Argento: migliori costumi, migliori produttori, migliori registi esordienti (quest’ultimo da giocarsi col Donato Carrisi de La ragazza nella nebbia) e i due fratelli stanno già preparando il prossimo film e parteciperanno al Sundance Lab.

Ad alcuni potrà sembrare un crime drama come tanti ma la pellicola, pur non essendo memorabile, ci racconta uno spaccato di personaggi di periferia difficile in modo molto solido e coinvolgente asciugando parecchio la tecnica caratteristica del realismo come la camera a mano, i “pedinamenti zavattiniani” e i primi piani,  a favore di camera fissa su campo lungo, silenzi e sospensioni oniriche.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Ti potrebbe piacere anche..

News categoria
Leggi ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi