Lars Von Trier e The House that Jack Built: i fantasmi del regista nel suo ultimo film

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Tra le accuse di molestie lanciate da Bjork, e le battute sul nazismo alla 64esima edizione del Festival di Cannes nel 2011, la carriera di Lars Von Trier appare simile a un lungo calvario di scandali e provocazioni, e il suo ultimo film, The House that Jack Built, si presenta come una catartica autoconfessione.

The House that Jack Built: il ritratto di un calvario vissuto da Lars Von Trier

La casa che Jack costruisce nell’ultimo provocatorio film di Lars Von Trier è un ricettacolo repellente di cadaveri, una ridda folle di corpi martoriati, affastellati l’uno sull’altro a comporre un macabro e preciso disegno: quello della confessione di un regista stanco, provato, oppresso da una vita di eccessi e deliri creativi.

In un’interpretazione folle e schizzata, l’attore Matt Dillon – premio Oscar in Crash-contatto fisico (2004) e affascinante sbandato nel film di Gus Van Sant Drugstore cowboy (1989) – incarna le vesti un personaggio truce e nerissimo, brillante architetto di un monumento di imponente crudeltà, fatto di cadaveri, e dei fantasmi più amari digeriti ed esorcizzati dal regista danese. The House that Jack Built è la storia di un ideale serial killer – il cui nome è non a caso Jack – il quale, in un periodo di dodici anni, commette una sequenza mastodontica e orripilante di omicidi, con corpi e feticci di ogni genere collezionati ad arte nel suo nefando museo degli orrori.

Non è la prima volta che Lars Von Trier si addentra nei territori più neri e inesplorati dell’animo umano, nel torbido mondo delle perversioni e delle immagini più nefaste che, simili a una nebbia, irretiscono la nostra mente: pensiamo, per esempio, a film come Antichrist (2009) e ai due volumi di Nymphomaniac (2013). Persino in film in cui le scelte dei personaggi dovrebbero apparire come dolci e positive, a un’analisi più profonda, appaiono animate da sfumature terribili e nefaste: in Dancer in dark (2000), i momenti musicali sono in realtà delle fughe sognanti dal quotidiano, intraprese dalla protagonista Selma, affetta da una gravissima e irreversibile malattia alle cornee; mentre la decisione di fingere un ritardo mentale, in una villa a Copenaghen, del gruppo di ragazzi e ragazze che si vedono nel film Idioti (1998), imitazioni che dovrebbero sensibilizzare l’opinione della gente verso certe realtà, non fanno altro che mettere in luce i pregiudizi inestinguibili della gente.

I film di Von Trier sono sempre animati da una vena di insopportabile e struggente drammaticità; questa volta, però, il regista sembra esserne consapevole in modo più profondo e malinconico; sembra essere arrivato a un grado di matura e disperata autocoscienza. .

Toccato sicuramente dagli ultimi avvenimenti, dalle accuse di Bjork di violenza sessuale che, seppur non abbia mai fatto il nome di Von Trier, aveva lasciato intuire ai più che il fantomatico regista danese fosse proprio lui; scosso dai giudizi negativi, che avevano coinvolto l’allora presidente del Festival di Cannes, nel 2011, Gilles Jacob, e anche il Consiglio delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif), per alcune battute fatte a proposito di Hitler e l’architetto del terzo reich Albert Speer, il regista danese di presenta oggi come un uomo nuovo, stanco, maturo, molto più consapevole circa la sua arte e le ragioni profonde del suo stile provocatorio.

La fine della sua dipendenza da droghe e alcool nel 2014 ha lasciato il regista solo con le sue angosce, le sue fobie, e la sua schizzata ipocondria, in un momento di estrema e precaria fragilità fisica e mentale.

The House that Jack Built Lars Von Trier

Gran parte dei film sperimentali di Von Trier sono stati girati tutti sotto l’effetto di stupefacenti, con sceneggiature scritte in pochissimi giorni, mentre, con la fine di dipendenza, i tempi di scrittura delle sue opere si sono enormemente dilatati, diventando molto più simile a quelli di una persona comune. Nondimeno, la sua geniale vena creativa non ha in alcun modo subito tracolli, se pensiamo a film come Nymphomaniac; bensì, ha messo il regista in una condizione di totale introspezione, che lo ha reso molto più consapevole di se stesso.

Nelle interviste di oggi, Lars Von Trier è ben lontano dalle battute egocentriche e provocatorie che, nel periodo di Melancholia (2011) pronunciava con estrema disinvoltura. Oggi, Von Trier parla, con pacata malinconia, dei suoi figli, adesso ventenni, aggiungendovi il rimpianto di non essergli stato vicino come padre, poiché dedicava quasi totalmente il suo tempo alla settima arte; dice aver faticato tantissimo lungo la lavorazione del suo ultimo film, perché in quel momento non stava molto bene con se stesso e si stava riprendendo da un lungo periodo di depressione; afferma di sentirsi, nell’istante in cui gira i suoi film, come una piccola ragazzina spaventata, che espelle le proprie paure come bocconi amari, per purificare la sua anima.

Il film The house that Jack Built sarebbe dunque, ad ammissione dello stesso regista, l’allegoria autobiografica di un Von Trier rigenerato, rinato e reso più forte dai propri dolori, l’inizio di un cinema più consapevole e autoanalitico che potrebbe spaventare anche i suoi più grandi fan.

Presentato fuori concorso al 71esimo Festival di Cannes, nonostante l’espulsione del 2011, il film, come accade per ogni film di Lars Von Trier, ha diviso in due la critica allo stesso modo di un colpo di scure, con persone che lo osannavano, e persone che lo denigravano, aspetto sul quale il regista, in un ritorno al suo vecchio spirito disinvolto, non ha mancato di ironizzare.

Nel cast, accanto all’attore Matt Dillon, saranno presenti anche Uma Thurman, Bruno Ganza e Riley Keogh.

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