Liliana Cavani presenta il restauro del capolavoro “Il portiere di notte”

l portiere di notte-Liliana Cavani-1974

Poche ore fa, era al Lido la storica regista Liliana Cavani a presentare il restauro, a opera della Cineteca nazionale Istituto Luce, del suo film, capolavoro del 1974, Il portiere di notte.

Il portiere di notte: gli orrori del nazismo in una versione restaurata presentata a Venezia

Regista dallo stile provocatorio e incisivo, il nome di Liliana Cavani basta da solo a incendiare gli animi di tutti i cinefili di vecchia generazioni, quelli cresciuti con le letture di Marcuse e Adorno, partecipi dei moti studenteschi del ’68, galvanizzati dalle idee progressiste e dal cinema d’avanguardia di Godard, nostalgici di un periodo di grande fermento, in cui la settima arte aveva soprattutto intenti rivoluzionari e di critica sociale.

Autrice di film crudi e coraggiosi come I cannibali (1970), reinterpretazione di una tragedia di Sofocle, e L’ospite (1972) in cui si riflette sulla struttura del manicomio, inteso come lager e istituzione totale, la regista classe 1933 istituisce, a partire dal suo esordio nel 1966, un tipo di cinema fortemente provocatorio, di chiara indagine sociale, nel quale la letteratura classica si fonde con la filosofia e col disincanto feroce di chi ha respirato i miasmi apocalittici della barbarie nazista. Non sono pochi, infatti, i film della Cavani in cui l’orrore nazista viene richiamato: pensiamo al film La pelle (1981), in cui ci viene mostrata una Napoli appena liberata nel 1944; a Interno berlinese (1985), ispirato vagamente al romanzo La croce buddista di Junichiro Tanizaki, in cui la decadenza della storia, e del genere umano, causata dalle aberrazioni del Terzo Reich, si accompagna alla dissoluzione dell’individuo e dei rapporti erotici.

Poche ore fa, la regista, ormai ottantacinquenne, ha presentato, a Venezia, la versione restaurata del capolavoro del 1974 che rappresenta, forse, l’apoteosi del suo cinema sul tema del nazismo in Europa: Il portiere di notte. In questa pellicola, l’ex ufficiale delle SS Maximilian, che lavora sotto falso nome in un albergo di Vienna, incontra, per una fortuita coincidenza, Lucia, ebrea sopravvissuta all’Olocausto, con la quale il giovane nazista aveva instaurato una relazione sessuale di tipo sadomasochista.

L’opera è ambientata nel 1957, anni dopo la seconda guerra mondiale, in una Vienna torbida e crepuscolare, resa fredda e spenta da una fotografia tetra, dai colori foschi e desaturati.

Lo stesso albergo si scopre essere, in realtà, un nascondiglio per criminali nazisti, i quali, insieme a Maximilian, elaborano sofisticate strategie per far sparire qualsiasi prova possa condurli a essere scoperti dagli alleati, mentre, nelle fetide e spoglie mura della camera d’albergo di Lucia, si riaccende senza alcuna ragione l’antica passione per il suo carnefice, in una relazione coercitiva fetida e asettica con la quale la Cavani sembra esprimere l’orrore dell’Olocausto ancora vivo nei sotterranei di una democrazia che deve ricostituirsi.

Nonostante il tema dell’impunità dei crimini nazisti, all’epoca ancora molto sentito, la pellicola non fu compresa pienamente dal pubblico né dalla critica.

Fecero molto scandalo alcune scene di sesso, piuttosto disinibite, mostrate fra l’ebrea sopravvissuta e il suo aguzzino. In particolare, fece discutere la scelta della Cavani di mostrare l’ebrea distesa sopra il suo aguzzino quando, a parer loro, avrebbe dovuto essere l’uomo a condurre il rapporto. Una critica che, ai giorni nostri, appare decisamente risibile e frutto di un’Italia bigotta.

Il film, prima che in Italia, è uscito a Parigi dove, dice la regista, è stato compreso in modo molto più naturale.

L’opera, aggiunge la Cavani, risulta esser, ai nostri giorni, ancora contemporanea proprio per il fatto che non lo era affatto all’epoca in cui uscì; e la regista ricorda anche come, anche oggi, l’orrore del nazismo e della paura del diverso siano sempre in agguato nei meandri più reconditi della democrazia.

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