Lovecraft: l’ombra dello scrittore americano nel mondo del cinema

Lovecraft- La casa- Sam Raimi

Il 20 agosto 1890, a Providence, capitale dello stato americano del Rhode Island, nasceva H.P. Lovecraft, uno degli scrittori che maggiormente hanno saputo influenzare il mondo del cinema, in particolare il versante del fantasy, dell’horror e della fantascienza.

Da Fulci a Sam Raimi, gli echi della letteratura di Lovecraft nel cinema di oggi

Realizzare un sunto di tutta l’opera lovecraftiana, e parlare della profonda influenza che, a tutt’oggi, vanta non solo nella letteratura fantastica e horror, ma anche nel cinema, nei fumetti, nei videogiochi e nelle serie tv, non è certo un’impresa facile.

La produzione letteraria dello scrittore di Providence, infatti, risulta essere estremamente sconfinata e dispersiva; e persino i suoi esegeti più appassionati riscontrano, a distanza di tempo, delle difficoltà nell’organizzazione e nella sistematizzazione del materiale redatto.

Parliamo di uno scrittore giudicato come uno dei principali autori horror insieme a Edgar Alla Poe; da molti critici considerato il precursore della fantascienza angloamericana. Le sue opere, di difficile classificazione, risultano essere un amalgama di orrore, fantascienza e scenari low fantasy. Lo stesso autore definiva i suoi scritti con l’etichetta di weird fiction, dove per weird si intende semplicemente “strano”, anticipando, così, quel genere letterario oggi riconosciuto col nome di new weird.

Per muoversi nel marasma confusionario di questi scritti, il criterio di classificazione univocamente accettato dagli studiosi è certo quello delineato dallo sceneggiatore Michael Houellebecq, il quale, nella sua pubblicazione H.P Lovecraft contro il mondo, contro la vita (1991) suggerisce di suddividere le opere seguendo uno schema basato su cerchi concentrici. Nei cerchi più esterni, troviamo le opere minori del solitario di Providence, caratterizzate dalla sue produzione poetiche, le corrispondenze epistolari e i racconti a più mani; mentre, in quelli più interni è contenuto il cuore di tutta la mitologia Lovecraftiana, quella costituita dai suoi racconti più famosi come Il richiamo di Cthulhu (1926), L’orrore di Dunwich (1928), La maschera di Innsmouth (1931), Colui che sussurrava nelle tenebre (1930) che, ancora oggi, continuano a esercitare una notevole influenza, e un incredibile ascendente, nel cinema e nella produzione artistica contemporanea.

Tra i tanti, basterebbe citare la serie di film horror La casa (1981-1992), diretti e prodotti dal regista statunitense Sam Raimi, dove ciò che viene citato esplicitamente è una delle più famose invenzioni letterarie dello scrittore americano: il libro di magia nera Necronomicon, vergato dall’arabo pazzo Abdul Alhazred.

Lovecraft-Sam Raimi-La casa.

Molti dei suoi fan più accaniti sono convinti che questo “grimorio”, il libro maledetto, possa esistere veramente, e che lo scrittore medesimo debba averlo letto e trovato in qualche modo; ma queste sono, tutto sommato, congetture fantasiose e affascinanti che potrebbero figurare, al massimo, nella puntata di un programma di mistero. Del resto, Lovecraft stesso ha ammesso più volte che il Necronomicon fosse semplicemente un suo espediente letterario.

Un’influenza tanto forte nella produzione artistica letteraria, e nel cinema, certamente non sarebbe mai stata immaginata dall’autore, il quale, nel corso della sua esistenza, fu accolto in modo piuttosto freddo e indifferente dalla critica, che giudicò i suoi scritti come incomprensibili e inconcludenti: è il caso de La tomba di Dagon (1917) e de Il richiamo di Cthulhu (1926), additato a “straniante” negli ambienti letterari dell’epoca. La rivista professionale Weird Tales, per tutta la vita dello scrittore, continuò a rifiutare la pubblicazione dei suoi romanzi.

Oppresso dai suoi fallimenti, che lo portarono, per un lungo periodo, a guadagnarsi da vivere lavorando come ghostwriter, H.P. Lovecraf terminò i suoi giorni il 10 marzo 1937, logorato da tempo da un cancro all’intestino, senza aver mai pubblicato un romanzo vero e proprio.

Tutta la sua produzione, costituita principalmente di racconti, al momento della sua morte, era sparsa confusamente su migliaia di riviste amatoriali.

Il corpus principale della letteratura lovecraftiana, in cui sono racchiusi i principali temi affrontati dall’autore, è stato circoscritto dall’artista statunitense August Derleth, il quale li raggruppò nel ciclo di racconti che andavano a definire gli orrori cosmici di antiche entità extraterrestri: il cosiddetto Ciclo di Cthulhu.

L’intero Ciclo fa riferimento a delle antichissime ere della terra, precedenti l’avvento dell’umanità, in cui ancestrali entità cosmiche governavano il mondo. Di queste entità, la più famosa, anche se non la più importante, è appunto Cthulhu.

In ognuno dei racconti che compongono il Ciclo, illustri uomini di scienza vengono spogliati di ogni loro certezza e resi insignificanti dalla crudele filosofia cosmica sbandierata dallo scrittore.

La scienza, secondo Lovecraft, non ha alcun potere di farci conoscere il mondo:

“Viviamo in una placida isola di ignoranza, nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella sua direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco […]”.

Secondo il cosmicismo lovecraftiano, filosofia letteraria di cui il Ciclo di Cthulhu costituisce il principale manifesto: nello schema incomprensibile dell’universo, gli uomini costituiscono una presenza insignificante, destinata a essere schiacciata da forze sconosciute e superiori contro cui la scienza si dimostra impotente:

“La razza umana scomparirà. Altre razze appariranno e si estingueranno a loro volta. Il cielo diventerà gelido e vuoto, attraversato dalla debole luce delle stelle morenti che, a loro volta, scompariranno. Tutto scomparirà. E ciò che fanno le persone non ha più senso del moto casuale delle particelle elementari”.

Tutti i personaggi lovecraftiani vengono smontati delle proprie certezze scientifiche e, di fronte alla scoperta di forze mostruose e sconosciute, precipitano in un destino tragico di morte e follia mentale.

In qualche modo, essi non sono minimamente in grado di fuggire dalla loro dissoluzione, e a questa sorte sono destinati le stesse antiche entità cosmiche che, milioni di anni fa, colonizzarono la terra. Gli ancestrali extraterresti descritti nel romanzo Alle montagne della follia (1931), che l’autore chiama semplicemente Antichi, che hanno governato la terra per una serie spropositata di ere, e che sono ispirate alle famose teorie sugli antichi cosmonauti, verranno decimate dagli Shoggoth, esseri protocellulari, creati da questi stessi alieni per i lavori manuali, diventati mostruosi ed estremamente intelligenti.

Nel romanzo Alle montagne della follia (1931), Lovecraft tenta di realizzare una summa dei temi principali della sua letteratura.

In quest’opera, una spedizione scientifica di sedici uomini, diretta al Polo sud, conduce alla scoperta di un’antica civiltà di esseri cosmici che avevano edificato una città all’interno di una catena colossale di montagne. Se si pensa che il romanzo è stato scritto negli anni trenta, la fantasia dimostrata dall’autore, soprattutto nella descrizione fisica degli Antichi, supera di gran lunga quella della più spaventosa creatura xenomorfa, comparsa nei cinema nel 1989 e ideata da Hans Ruedi Giger.

Gli Antichi sono descritti come esseri estremamente robusti, di circa due metri, e muniti di due appendici, a forma di stella marina, alle due estremità del corpo: in quella superiore, sono presenti cinque estroflessioni dotate di occhi e aperture boccali, mentre in quella inferiore, vi sono cinque arti utilizzati per muoversi e anche per nuotare. Gli alieni sono inoltre dotati di una serie di tentacoli e di ali retrattili con le quali possono anche muoversi lungo lo spazio cosmico.

Tali creature sono infatti dotate di un corpo estremamente adattabile e resistente a ogni tipo di ambiente; durante il loro regno sulla terra hanno edificato colossali città sia sulla terraferma che nelle profondità degli oceani, dando origine a governi simil socialisti, e ad avanzate forme di espressione artistica.

Gli Antichi, inoltre, hanno condotto, ciclicamente, delle guerre contro altre entità cosmiche come la stirpe di Cthulhu e contro gli stessi Shogghoth che li decimeranno e ridurranno all’estinzione.

Nella serie di racconti del Ciclo di Cthulhu sono molte le creature citate da Lovecraft, facenti parte di una successione mastodontica di ere cosmiche, tutti con caratteristiche estremamente originali e fantasiose: Cthulhu è descritto come un essere mostruoso, dal corpo flaccido e gigantesco, e la testa enorme contornata di tentacoli, simile a quella di un polpo; Yog-Sothoth, è invece un enorme ginepraio di globi luminescenti; e Shub Niggurath è definito come “un capro nero dei boschi dai mille cuccioli”.

Il modo in cui la mitologia cosmica di Lovecraft ha influenzato la narrativa artistica contemporanea è sconfinato, e va dai videogiochi e i fumetti fino al cinema e alla narrativa. Scrittori come Fritz Leiber, Joe R. Lansdale, Alan Moore, Neil Gaimen e Stephen King ne hanno tratto continuamente fonte di ispirazione, quest’ultimo, in particolare, cita le figure degli Antichi nel suo ciclo di romanzi La torre nera (2007-2017).

L’influenza è stata forte anche nel mondo del cinema, in particolare nel cinema horror degli anni sessanta e ottanta con La città del mostri (1963) di Roger Corman; il visionario e iperviolento …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981) del maestro Lucio Fulci; l’horror fantascientifico Re-animator (1985); Il seme della follia di Carpenter (1994) e l’inquietante e fiabesco Dagon-La mutazione del male (2001). Riferimenti alla mitologia di Cthulhu sono presenti anche nelle serie televisive di South park, Doctor Whoo, Andromeda e Supernatural, con riferimenti espliciti in alcune puntate.

Lovecraft-Il seme della follia-Carpenter

Tuttavia, quello che è evidente in alcuni tentativi di trasposizione dell’universo di Lovecraft nel mondo del cinema è il fatto che, nonostante il grado impressionante di tecnica raggiunta nel montaggio e nella regia, non si riesca, in alcun modo, a rievocare, nelle sale cinematografiche, l’atmosfera opprimente e terrificante dei suoi romanzi; circostanza, questa, che rende ancora più affascinanti e irraggiungibili le opere di questo scrittore.

Progetto decisamente ambizioso è stato certo quello tentato dal regista messicano Guillermo del Toro, autore del cupo e surreale Il labirinto del fauno (2006) e dell’ultimo e struggente La forma dell’acqua (2017), che sembrava del tutto intenzionato a portare sul grande schermo il romanzo di Lovecraft Alle montagne della follia.

Il progetto presentato poteva contare su un budget di 150 milioni di dollari, Tom Cruise e James Cameron tra i produttori, e la IML che si sarebbe occupata degli effetti speciali, oltre a trecento articoli tra modelli, storyboard e opere d’arte. Il soggetto, però, non è piaciuto allo studio, e il regista, nel tentativo di giustificare le sue buone intenzioni, e parlare dei limiti alla libertà di un cineasta, si è espresso in questi termini:

“Molte persone hanno l’idea che i registi siano come Cesare disteso su una chaise longue con qualcuno che gli imbocca acini d’uva e possano dire «Vorrei girare Alle montagne della follia, ora», ma non è così. Sei un operaio e cerchi di farti ascoltare, presentando agli studios dei numeri, assemblando un cast di star, confezionando le idee, qualunque cosa, e devi spostare le cose a tua disposizione. È per questo che ho provato a realizzare un piccolo film e uno grande, perché con quelli piccoli si soffre con il budget ma si ha totale libertà, puoi fare qualsiasi cosa tu voglia”.

Dalle parole di del Toro si evince come una delle difficoltà maggiori nel riprodurre le atmosfere di un Lovecraft non sia tanto quella di impiegare la tecnica in modo fedele e originale quanto, in primis, quella di ottenere l’approvazione degli studios, sempre più corrotti dalle dinamiche di mercato.

Un’ottima frontiera, in questa senso, sembra essere offerta dal cinema indipendente. Nel corto del regista Andrew Leman Il richiamo di Cthulhu (2005), il bianco e nero e gli espedienti narrativi del cinema muto vengono impiegati in un modo tetro e opprimente, che quasi sembra richiamare il cinema dell’espressionismo tedesco degli anni trenta, per riprodurre superbamente le atmosfere ansiogene dello scrittore.

Nel frattempo, in attesa che gli studios si decidano, finalmente, ad approvare un progetto che rappresenti degnamente al cinema, e con un budget dignitoso, qualche orrore cosmico lovecraftiano, noi fan, essendo in cuor nostro convinti che nessuno film possa raggiungere la perfezione idealista del suo corrispettivo letterario, torniamo a affondare nei meandri oscuri delle pagine dello scrittore.

Vi lasciamo con il trailer de La torre nera, diretto da Nicolaj Arcel, e tratto dall’omonima serie di romanzi di Stephen King.

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