L’ultima tentazione di Cristo: 30 anni fa usciva il film di Martin Scorsese

L'ultima tentazione di Cristo 30 anni

A trenta anni dalla sua uscita (era il 12 agosto 1988), L’ultima tentazione di Cristo rimane uno dei film più profondi, complessi e sentiti tra quelli diretti da Martin Scorsese

L’ultima tentazione di Cristo, un film “Non basato sui vangeli, ma sull’ analisi dell’ eterno conflitto spirituale.”

Dopo questo prologo scritto a caratteri bianchi su sfondo nero, Scorsese inizia con una sovrapposizione di immagini intricatissime della corona di spine su di uno sfondo rosso, che si perdono l’una nell’altra, come a voler da subito rimarcare la complessità del percorso di esplorazione conflittuale e dolorosa a cui andremo incontro. Nel contempo partono le note dal ritmo concitato e moderno, fatto di percussioni e suoni vibranti, di Peter Gabriel ad accompagnare il titolo: L’ultima tentazione di Cristo.
Anche nella scelta della colonna sonora il regista sottolinea la dicotomia alla base del film, affermando, in riferimento alle composizioni di Peter Gabriel, “The rhythms he uses reflect the primitive and his vocal reflects the sublime- is as if the spirit and the flash are together right there”.

La trinità nello sguardo del regista

Con una narrazione sobria ed essenziale anche nella scelta di un linguaggio semplice, lontano dalla traduzione della Bibbia di Re Giacomo, ne L’ultima tentazione di Cristo Scorsese ricerca una chiave di lettura moderna di qualcosa che nel suo cinema è sempre stato presente in forma metaforica. Accompagnata da una regia accuratissima nella scelta di alternare sapientemente perfezioni geometriche, che partono dall’alto, da un punto di vista divino, a movimenti fluidi e sinuosi, che vanno ad indagare ad un livello prettamente visivo il duello fra l’innata linearità dell’ultraterreno e l’irregolarità delle forme organiche, l’ultima tentazione trova la sua forma espressiva in riprese a mano che comunicano, con un ritmo quasi nervoso, tutta l’ inquietudine che assilla lo spirito di Gesù, e inquadrature in soggettiva, che passano attraverso l’ organo visivo e che vengono elaborate a livello fisico in una pellicola che fa dello sguardo la fonte primaria della seduzione.

Ad insinuarsi, come un dolore insopportabile nella testa, un terzo elemento che fa da ponte in quel dialogo mai risolto fra umano e divino, fra reale e ideale, fra il suono senza gravità del verbo e il peso tangibile del corpo. Una luce penetrante che si fa strada fra le viscere, che percorre le circonvoluzioni del cervello, ma che introduce il dubbio se sia un raggio divino o una scintilla infernale, perché il linguaggio taciuto di un messaggio doloroso quanto criptico ha origini assai simili.

L’ultima tentazione: fra iconografia ed esperienza onirica

Il Cristo di Scorsese è descritto carnale e figlio della terra in tutte le sue manifestazioni, anche nelle scelte di omaggiare l’iconografia, riproducendo la visione prospettica bidimensionale nei volti della folla della processione verso il Golgota di Hieronymus Bosh, attraverso l’uso della slow motion, dando così maggior risalto alla membra di Cristo che ancor più spiccano per tridimensionalità. Alla stessa stregua  il regista italo americano va a replicare una pala di Antonello da Messina nella quale, non la mano dell’ uomo, ma la natura stessa crea attraverso due alberi le croci per i due ladroni, patiboli che pertanto non sono frutto della mano dell’uomo ma elementi del creato. Scorsese ci racconta il processo mentale che conduce ad una scelta, quella di un rifiuto del quotidiano, della carne, perché un simbolo deve essere unico, non riproducibile e quindi non in grado di riprodursi, di procreare.

Qualcosa che deve rimanere un’ astrazione, il negativo originale del quale divulgare tutte le riproduzioni che si vuole, che mai potrà virare all’ accettazione dei colori, ma solo rimanere un contorno visibile in controluce, un unico segno di negazione del tempo e della dimensione spaziale, di rifiuto di sottostare a qualsiasi regola o tentazione terrena, isolato in una dimensione che, da prettamente religiosa, assume le caratteristiche dell’ esperienza onirica, terreno di confronto con le proprie pulsioni e di rielaborazione per immagini e pertanto filmica, dei conflitti interiori.

Il corpo come fondamenta dello spirito

Ad un analisi più profonda, se Willem Dafoe è il Cristo, Scorsese non può che assurgere al ruolo dell’ occhio onnisciente di Dio; un Dio che sceglie di conoscere la vita e di conseguenza più nel profondo il concetto di effimero e l’angoscia della mortalità. Uno sguardo cinematografico che insegue, scruta da lontano e lascia respiro al travaglio del figlio e che poi vi si avvicina con primi piani che sembrano voler penetrare i segni del volto di Dafoe alla ricerca di quel conflitto tutto interiorizzato che insinua il dubbio. Scorsese indaga la carne nella sua complessità strutturale, che rappresenta il suo punto di vista umanistico sulla duplice natura attribuita all’ individuo, fatta di corpo e anima, cercando di trovare un punto di congiunzione nel quale non sia la rinuncia al primo la via per elevare la seconda, perché come afferma il Giuda di Harvey Keitelle fondamenta sono fatte dal corpo”.

Ne L’ultima tentazione di Cristo, la ricerca della e nella forma naturale e immanente della quotidianità e del corso del tempo va a descrivere per complementarietà il divino e il mistico, che non ha bisogno di immagini per manifestarsi, ma che si sviluppa nell’ unione invisibile fra un fotogramma e l’ altro e che trova il suo apice visivo nelle immagini virate al rosso, in soggettiva, degli occhi del Cristo morente, che si stanno chiudendo, che stanno perdendo il contatto con il reale e stanno deviando verso una perdita di coscienza umana e tangibile, per trascendere in uno sguardo tanto del protagonista, quanto puramente cinematografico, che si perde nel non impressionabile, nell’eterno.

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