L’uomo che uccise Don Chisciotte: la recensione del film di Terry Gilliam

don chisciotte

Dopo 25 lunghi e travagliati anni di attesa , arriva al cinema L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam, nelle sale italiane dal 27 settembre.

L’uomo che uccise Don Chisciotte vive dopo ben 25 anni

Sono passati 25 anni da quando Terry Gilliam iniziò a lavorare a questo progetto su Don Chisciotte e finalmente è arrivato nei cinema. Un film che è al contempo una maniacale analisi del significato razionale ma anche una deliziosa ricerca dell’incanto della fantasia, confuso a volte, ma sempre cosciente del fine ultimo. Come Gilliam scrive nei titoli di testa, questo è un film che è stato ” per più di 25 anni fatto e disfatto”. Gilliam adatta all’età contemporanea il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, il romanzo del 16° secolo che mostra le folli avventure di un sedicente cavaliere errante che si imbatte in inverosimili “quest” che il fato rende impossibili perchè espressione di una follia onirica, in una triste realtà che poco ha del nobile intento del protagonista. Il regista riesce operando una sintesi metacinematografica, ormai necessaria viste le peripezie produttive, fra il reale, la fantasia e il cinema stesso, che cerca di esprimersi nel mezzo e attraverso il mezzo visivo, che anela ad essere materia vivente e amore spirituale.

Un film nel film sul film

La trama segue un regista, Toby (Adam Driver in una ottima interpretazione, frutto, racconta Terry Gilliam in conferenza stampa, di un incontro fortuito in un pub londinese), regista di uno spot pubblicitario proprio nella Mancha, dove da ragazzo aveva girato un Don Chisciotte come tesi di laurea prima di divenire un cinico regista commerciale.

Sul posto anni prima aveva selezionato il cast fra gli abitanti del luogo, compreso come don Chisciotte un calzolaio locale, Javier (Jonathan Pryce). Abbandonando le riprese dello spot, Toby torna nel luogo in cui aveva sognato di diventare un regista cinematografico per scoprire che Javier ora crede di essere davvero Don Chisciotte.

L’uomo che uccise Don Chisciotte finisce per essere un film sul film che avrebbe potuto prendere vita anni fa, tutto rielaborato e inglobato in una narrazione che sembra rifarsi alla teoria del caos e che ricorda e riordina per poi giustamente destabilizzare e rimescolare, tutta la produzione cinematografica e televisiva di Gilliam.

L’uomo che uccise Don Chisciotte e il cinema come Graal

Fin dal principio il film è un ode a coloro che sfidano come cavalieri erranti i mulini a vento vivendoli come giganti, che rielaborano le convenzioni su tutti i piani di lettura e che romanticamente cercano di sognare, con artifici tanto geniali quanto anarchici in una realtà piatta e degradata. Il villaggio dove il giovane Toby aveva girato il suo film si chiama non a caso Los Sueños, o ” i Sogni” e il gitano presente nel film nei titoli di coda è annoverato con il nome Deus ex-machina.

La pellicola però riflette in maniera profonda anche sull’effetto deleterio che il cinema e l’interpretare un personaggio ha sulle persone, metafora anche questa delle conseguenze che tutta l’arte ha avuto sullo stesso Gilliam, senza distogliere l’occhio dalle sofferenze organiche e mentali che questo processo genera, rendendo la macchina da presa una ardente fucina di sogni così come di incubi, di desideri. di paure.

Un cinema, quello di Gilliam, ricco di contrasti taglienti e dicotomie inconciliabili quanto fascinose. Un’ opera questa dell’ex Monty Pyton, che riesce ad essere onirica, ma a tratti carnale, che conferisce, ad una figura di sogno un corpo (e non solo uno) viscerale e pulsante. Il film si conclude infattì con la scritta Chisciotte vive. Una visione sempre in bilico fra effimero ed eterno che cattura nella sua drammatica veridicità

Il Don Chisciotte di Gilliam è come il Graal de La leggenda del re pescatore, un oggetto dalle proprietà uniche, simbolo di morte di un idea, ma al contempo anche reale reliquia (non dimentica la dipartita di Heat Leadger durante Parnassuss), della sua resurrezione, non più come carne viscerale, ma come spirito immortale forgiato dall’ amore per l’arte e per coloro che la loro visione di Dulcinea, l’ideale per cui lottare, sanno aspettarla anche per 25 anni.

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