Mektoub, my Love – Canto Uno: la recensione del film di Abdellatif Kechiche

Mektoub, My Love Canto Uno 2018

Pluripremiato per La vita di Adele, Abdellatif Kechiche ritorna con Mektoub, my Love: Canto uno. Il film, presentato durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia e distribuito da Vision Distribution e Good Films, arriva nelle sale italiane dal 24 maggio.

Mektoub, my Love: Abdellatif Kechiche e l’amore per la vita

Il sesso. Passionale, carnale, quello tra due amanti segreti. Un ballo sfrenato tra le luci di una discoteca. Un primo, timido dialogo tra sconosciuti, o quello tra due amici di una vita che hanno sete di sapere cose l’uno dell’altro per colmare la distanza del tempo che li ha separati. Il cinema secondo Abdellatif Kechiche è questo. Una cerimonia sacra, sospesa, ritagliata tra le cornici di un mondo tutto votato alla velocità dell’esistenza. 

Dopo il dibattuto e acclamato La vita di Adele, Palma d’oro a Cannes nel 2013, Kechiche torna con una storia di amori e gioventù, di crescita e consapevolezza, per dare voce a una favola moderna su un tema antico, quello del destino, il Mektoub citato nel titolo. Mektoub, my Love. Canto uno è il primo capitolo di una trilogia – il secondo è già pronto, il terzo in fase di ripresa – liberamente tratta dal romanzo Le Blessure, la vraie di Fançois Bégaudeau.

La storia è quella di Amin (Shain Boumediene), ex studente di medicina e aspirante sceneggiatore, che da Parigi ritorna nel sud della Francia, per passare le vacanze estive a Sète, suo paese d’origine. Appassionato di fotografia Amin, macchina anologica in pugno, passa il tempo nei luoghi di sempre, la spiaggia, il ristorante a gestione familiare di madre e zia, la fattoria della sua migliore amica, circondandosi di vecchie e nuove conoscenze, quasi forzandosi per cogliere l’essenza del movimento delle cose che, come spiega alla giovane vacanziera Céline (Lou Luttiau), vale più di mille processi in movimento.

E così, dalla prima scena il ragazzo è un osservatore, un voyeur della vita che preferisce guardare e sentire quello che accade intorno a lui, prima di agire a sua volta (difatti occorre aspettare la fine del film prima che gli capiti realmente qualcosa). Questo meccanismo, tipico di quella oggettificazione di cui è stato accusato a più riprese il regista, ma che ne determina al contempo la marca stilistica, si ripercuote anche nel modo di delineare i tanti personaggi, soprattutto femminili che popolano la storia.

Ophélie (Ophélie Bau), Charlotte (Alexia Chardard), per citarne due, non sono mai quelle delle prime impressioni, ma si evolvono veicolati dallo sguardo della camera. In tutto questo, a tratti estenuante, fluire temporale – in cui qualcosa poteva a ben vedere essere sacrificato nel montaggio – il film scivola a più riprese, perdendo di vista il suo fulcro per riprendersi di volta in volta. Si ha dunque l’impressione che i tempi troppo lunghi si cristallizzino in una dimensione rarefatta, che vanno a discapito di quella sacralità voluta dal regista.

Del resto però, la storia di Amid e compagnia è anche un’occasione per il regista per portare sullo schermo ancora una volta il tema caro dell’identità franco tunisina, quello di una Francia multiculturale spesso inosservata e più in generale del concetto di libertà.

QUI trovate un altro nostro commento al film Mektoub, my Love.

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