Mel Brooks compie 92 anni: un EGOT alla corte di Hollywood

Mel Brooks © Rii Schroer / eyevine

Il 28 giugno spegne 92 candeline uno dei registi più brillanti della storia della settima arte. Che dire di Mel Brooks? Basta vedere le sue pellicole per capire il livello di follia di quest’uomo. Per chi se le fosse perse, proverò a rimediare con questo umile tributo, analizzandole velocemente.

Mel Brooks, “È bello essere re”

Melvin Kaminsky, così si chiama Mel Brooks in realtà, ha iniziato a far ridere la gente già durante la seconda guerra mondiale. Intratteneva i suoi compagni tra le fila dell’esercito americano, entrato nel conflitto verso la fine dello stesso. Tornato in patria dopo la vittoria degli alleati, inizia a scrivere per la televisione.

Nel ’68 esordisce con il suo primo film: Per favore non toccate le vecchiette. È un film dalla trama semplice: un impresario teatrale e il suo commercialista (Gene Wilder, alla prima di molte collaborazioni) escogitano un piano per scappare con i soldi prestati loro da molte vecchiette, truccando le cifre delle spese per uno spettacolo teatrale, che nelle loro intenzioni dovrà essere un flop clamoroso. Non tutto andrà secondo i piani. Il film non vuole fare polemica contro un’industria corrotta, bensì sottolineare quanto i gusti del pubblico siano diversi dalle aspettative. Irriverente, ben scritto e ben diretto. Commedia che già dà la dimensione del cinema di Mel Brooks, che riscuoterà abbastanza successo da tornare a girare già dopo soli due anni.

Nel ’70 debutta come attore nel suo Il mistero delle dodici sedie. È un film che aggiunge poco a quello che capiamo dall’opera precedente. Cambia, però, totalmente ambientazione, finendo nella Russia post-rivoluzionaria. I due protagonisti cercano l’eredità della suocera di uno dei due, un ex nobile decaduto, nascosta in una delle dodici sedie della loro vecchia sala da pranzo. Il film ci racconta di questa ricerca, non senza colpi di scena. Ancora una volta trama semplice, senza voglia di strafare, probabilmente meno bello del film d’esordio, ma è quasi naturale quando si cerca di cavalcare l’onda del successo. 

Ma è nel ’74 che esplode la Brooks-Mania: escono due film, uno più bello dell’altro, scritti entrambi con Gene Wilder, impegnato anche come attori. Sono due film che si ispirano a altri film già noti, ma non parodie esagerate. Mezzogiorno e mezzo di fuoco è un film assurdo: non ci sono altri termini per definirlo e spiegarne la trama risulta difficile se non impossibile. È un film western, almeno così crediamo all’inizio, seppur in realtà prenda in giro il western, ma anche il razzismo degli americani “buonisti”, per arrivare ad un finale incredibile. Metacinema o follia? Se non l’avete visto, recuperatelo.

Mel Brooks

Dello stesso anno è poi il celeberrimo Frankenstein Junior, probabilmente il miglior film della coppia Wilder-Brooks. Anche di questo c’è poco da dire. Scene memorabili che continuano a conquistare intere generazioni. Credo che ognuno di voi lo abbia visto, in ogni caso ogni tentativo di descrizione di questo folle gioco di immagini in bianco e nero è superfluo. Meraviglioso.

Nel ’76 il regista spaventa il pubblico uscendo con L’ultima follia di Mel Brooks, che fortunatamente ultima non sarà. È un film muto ed anche per questo folle. Si torna al tema della produzione, stavolta cinematografica. La Big Pictures sta fallendo e un improbabile trio prova a risollervarne le sorti. Provano a coinvolgere i migliori attori in circolazione per girare un film muto, dopo aver convinto lo stesso proprietario degli studios. Paradossalmente è del famoso mimo Marcel Marceau l’unica parola del film: NO, in risposta alla proposta del trio.  Anche stavolta la trama è semplice. Regna l’ironia. Non potrebbe essere altrimenti in un film che parla di sé stesso e si prende in giro da solo. In realtà l’unica parola per definire questo film l’ha usata Brooks nel titolo: Follia.

Passa un solo anno e Mel Brooks torna sul grande schermo con Alta tensione, film dedicato ad Alfred Hitchcock. Neppure il maestro della suspense  poteva scappare dalle grinfie del maestro dell’ironia. In questo caso Brooks interpreta uno psichiatra che assume la presidenza di un manicomio in cui sembra accadano cose losche. Deve recarsi a San Francisco per un convegno e viene accusato di aver ucciso un uomo, fatto fuori in realtà da un killer assoldato dai dipendenti della clinica, sospettosi del nuovo capo. Il dottore dovrà dimostrare la propria innocenza, cercando di scoprire in quali guai si è trovato, tutto all’insegna dell’alta tensione. Sappiamo che Hitchcock apprezzò molto il film, veramente colmo di riferimenti alle maggiori pellicole del maestro, ovviamente rivisitate: da Uccelli a Vertigo a Psycho a La finestra sul cortile. Come al solito ci sono scene memorabili, su tutte quella della morte nell’auto e quella della doccia. Brooks dimostra di poter essere in grado di girare anche un altro tipo di film, con un tono più serio. In ogni caso centra in pieno l’obbiettivo quasi impossibile di farci ridere attraverso le opere di Hitchcock. 

Ormai in quel momento Mel Brooks ha capito che nel suo genere non ha rivali in America (da noi Paolo Villaggio ne segue le orme in modo superbo, citando molte scene), e sa di essere un Re. Lo dice anche nei suoi film: È bello essere re. Nell’ 81 esce invece La pazza storia del mondo, parte I (simile a SuperFantozzi, tornando sul tema Villaggio), una specie di rivisitazione di vari periodi storici in stile Brooks, fino alla rivoluzione francese. Vi troviamo sketch gradevoli (probabilmente il migliore è quello con Gesù) ma siamo però lontani dalla brillantezza dei film precedenti. La cosa migliore dell’opera è la fine, con un trailer di una probabile parte II, che non ci sarà mai. Il Re ormai si permette di tutto. 

Trascorrono sei anni prima di rivedere un film diretto da Brooks. Nell’87 esce quello che rientra tra i suoi film più celebri: Spaceball, balle spaziali, la notissima parodia di Star Wars. La trama stavolta è decisamente secondaria. Un film che si ispira ad uno dei maggiori kolossal di sempre può permettersi di non raccontare una storia nota a tutti. Gag famosissime. Personaggi iconici: da Rutto a Lord Casco, passando per Yogurt e Pizza Margherita. 

Che vita da cani esce nel ’91: racconta la storia di un uomo d’affari che per scommessa prova la vita da senza tetto, e riscopre i valori della vita, innamorandosi. Non ne parlo troppo perché questo è un tributo. Senza infamia e senza lode, da vedere per completezza.

Mel Brooks

La filmografia di Mel Brooks si chiude con altre due parodie. Del ’93 ricordiamo Robin Hood, un uomo in calzamaglia, film che racconta la storia del principe dei ladri con l’ironia e la leggerezza proprie solo del nostro Re, che qui interpreta un rabbino. Bellosguardo è un personaggio sul quale tutti immagineremmo un vincente spin-off. Film da guardare in lingua originale, perché il re che parla romanaccio è quasi inascoltabile. Ovviamente tutti sarebbero da guardare in lingua originale, ma questo più di tutti. Di certo non vale Frankenstein Junior ma è comunque godibile. 

L’ultimo film è del ’95, e vede il miglior regista del genere collaborare con quello che è probabilmente il miglior attore del genere: Leslie Nielsen. Dracula morto è contento è la parodia del grandioso Dracula di Bram Stoker di Coppola. Invece di Gary Oldman, però, qui abbiamo un Dracula attempato e a volte nostalgico, ma sempre estremamente divertente. Brooks interpreta invece Van Helsing: non sarà Anthony Hopkins ma è un bel modo di chiudere la carriera.

Insomma, si è concluso in questa maniera il viaggio da regista di quell’uomo che oggi compie 92 anni. Un EGOT, ovvero un artista (ne esistono dodici al mondo) capace di vincere almeno un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony Awards. Insomma, un vero e proprio re.

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