Michael Fassbender, Star Of The Week: ego, pulsioni e un successo da gestire

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Alien: Covenant è solo l’ultima tappa di un percorso che ha portato Michael Fassbender alla definitiva consacrazione nel mondo del cinema.

Michael Fassbender, dalla musica alla recitazione per non accontentarsi mai

Assaporare il successo può creare una sorta di dipendenza. Un bisogno spasmodico che soltanto le luci della ribalta riescono integralmente a soddisfare, anche quando queste si rivelano essere delle estemporanee folgorazioni lungo uno scenario convenzionale composto da maschere e banalità. Una situazione, per certi versi, molto simile a quella di Michael Fassbender, che da un momento all’altro si è ritrovato nel gotha dello star system con una fama da gestire nel migliore dei modi nonostante l’ego smisurato (pari, secondo lui, a quello di Steve Jobs) di cui si vanta in lungo e in largo. Ma l’esperienza acquisita sul campo, caratterizzata da una serie di confronti umani e professionali a dir poco gratificanti, gli ha permesso di vivere l’onda lunga della celebrità senza eccessivi colpi di testa: tanto di guadagnato, visto e considerato che alcuni elementi del circo mediatico non aspettano altro pur di screditare l’attore di turno facendosi beffe del suo recente pedigree.

La carriera nel mondo del cinema di questo ragazzone irlandese (ma di origine tedesca) comincia relativamente tardi poiché i suoi primi interessi divergono, e non di poco, da quelli attuali. Il giovane Michael sogna, infatti, di diventare un musicista affermato, tanto da aver fatto parte per un periodo di un gruppo metal di Killarney, suonando nei pub della contea di Kerry, ma abbandona poi il progetto, sicuro di essere più portato per la recitazione. L’alternanza tra teatro e televisione lo conduce a recitare, nel 2001, in Band of Brothers, il serial HBO-BBC prodotto da Tom Hanks e Steven Spielberg; tuttavia, è il biennio 2006-2007 a renderlo una star di fama mondiale grazie a 300, di Zack Snyder, e a Angel – La vita, il romanzo. La svolta decisiva arriva, però, sulla magica Croisette di Cannes: è il 2008, e Hunger di Steve McQueen conquista la Caméra d’or per la miglior opera prima avvalendosi di un Michael Fassbender struggente e visibilmente denutrito. Questa pellicola segnerà, tra l’altro, l’avvio di un sodalizio artistico tra l’attore e il regista afroamericano che condurrà ad opere come Shame e 12 anni schiavo, produzioni di livello assoluto riconosciute da pubblico e critica tramite l’assegnazione di svariati premi – come la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile alla 68esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Fish Tank, Bastardi senza gloria e Jonah Hex fanno da preludio a un 2011 ancor più stimolante per il carismatico performer irlandese: lui e il suo amico James McAvoy diventano i pilastri dei giovani X-Men, uno starting point dalle notevoli peculiarità che verrà confermato anche in seguito per X-Men: Giorni di un futuro passato e X-Men: Apocalisse. Knockout e A Dangerous Method di David Cronenberg sono, poi, delle piacevoli pause da un genere fantasy/sci-fi diventato un punto di forza inaspettato del suo incredibile repertorio. Ridley Scott intravede tale potenziale e lo ingaggia per Prometheus dove interpreta David 8, per la resa del quale l’attore dice di aver preso ispirazione da David Bowie in L’uomo che cadde sulla Terra: è la nascita di un altro legame cinematografico proficuo, enfatizzato da The Counselour e dal sequel di Prometheus, Alien: Covenant – al cinema a partire dallo scorso 11 maggio.

L’ascesa di Michael Fassbender marcia a ritmi forsennati, e l’uscita a stretto giro di un cospicuo numero di pellicole a cui ha preso parte certifica appieno questo spropositato andazzo: Frank, Slow West, Macbeth, Steve Jobs, La luce sugli oceani, Assassin’s Creed, Codice Criminale e Song to Song ravvisano un iter sensazionale destinato a durare ancora per tanto tempo. Un augurio, questo, profondamente sincero perché certi della continuità di un professionista del settore costantemente sul pezzo e mai pago dei propri risultati.

Tale convinzione traspare anche dalle parole dello stesso Fassbender, il quale sostiene di voler soddisfare le proprie pulsioni evitando di badare alle conseguenze che ne derivano. E questo punto di vista non è frutto di un animo estroverso e narcisista, ma bensì di un’attitudine in cui l’impegno può coincidere con l’ironia, la spensieratezza e il divertimento che si percepiscono quando si fa ciò che si ama. Insomma, un manager di sé dalle forti venature punk disposto a non farsi assorbire dal set per ostacolare la precaria dispersione delle sue prerogative naturali, affinate col passare degli anni dopo un primo, inconsapevole approccio tra i tavoli dei pub irlandesi.

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Giorgio Longobardi

Multitasking addicted e formatore professionale. Divoratore di film, serie TV, anime e fumetti. Utopista, cultore del libero pensiero e grande appassionato di sport: tra i suoi sogni, quello di realizzare un gol in Premier League.

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