Millennium – Quello che non uccide: recensione del nuovo film su Lisbeth Salander

Millenium - Quello che non uccide Claire Foy 2018

Presentato alla XIII° Festa del Cinema di Roma, Millennium – Quello che non uccide riporta sul grande schermo il personaggio di Lisbeth Salander.

Millennium – Quello che non uccide e il “distacco” da Fincher

Presentato alla XIII° festa del cinema di Roma, Millennium – Quello che non uccide rappresenta la versione cinematografica del capitolo successivo alla celebre trilogia letteraria di Stieg Larsson, nonché il sequel hollywoodiano della versione firmata dal regista David Fincher. Eppure, della tensione che si creava nel Millenium di Fincher, partendo dai protagonisti e dalle loro vicende personali e proseguendo attraverso una trama da detective story che si allargava su una famiglia in una narrazione tanto complessa quanto avvincente, è rimasto poco o nulla.

Claire Foy è la nuova Lisbeth Salander

Millennium – Quello che non uccide potrebbe sembrare superficialmente un thriller onesto, che sfrutta la sua sottile anima per essere semplicemente un discreto prodotto cinematografico tratto da un  fenomeno letterario di portata mondiale. Purtroppo della violenza fisica e psicologica che veniva approfondita nel film con Rooney Mara, attraverso l’uso sapiente della cinepresa e attraverso lo sguardo rivolto su quel corpo, “oggetto” contrastato e contrastante di Lisbeth, che attrae e repelle al contempo, dai lineamenti androgeni, ma anche dalla profonda armonia sensuale, dall’anima solo superficialmente algida, ma in realtà profondamente emotiva e bisognosa di calore perché delicata in modo disturbante, poco è rimasto nella Salander di Claire Foy.

Quest’ultima infattì sembra aver perduto quella sensualità perversa, quella sessualità distorta e soprattutto quella fragilità che era il cuore pulsante della Lisbeth Salander che conoscevamo finora. Il problema di fondo del film risiede nell’aver voluto scavare nel passato della protagonista, attraverso un prologo che ce la mostra in fuga da un padre crudele e maniaco ma incapace di salvare la giovane sorella, e nell’aver voluto così giustificare in modo artificioso la sua visione della vita e delle relazioni interpersonali con mezzi rozzi.

Quell’infantilismo e quell’incapacità di affrontare alcuni aspetti della vita in modo maturo, che caratterizzava appunto Lisbeth, erano infattì il suo maggior elemento di fascino, insieme ad un passato oscuro e non stereotipato. Vi era una immediatezza nel modo di vivere la violenza (subita e inflitta) nella Lisbeth di Rooney Mara, che però quella della Foy riduce a modalità molto più sofisticate ed immediate, ma al contempo molto meno sentite nel profondo e molto meno capaci di graffiare la retina dello spettatore.

La Lisbeth Salander di Fede Alvarez

Quello che la telecamera di Fincher mostrava come una lama tagliente che penetrava i nostri occhi, ma soprattutto la nostra psiche, il regista Fede Alvarez lo riprende con uno sguardo molto più canonico, a volte banale e senza dubbio meno propenso ad importunare l’animo dello spettatore.

La Lisbeth di Alvarez inoltre non indaga su un nucleo familiare, ma viene trascinata in un plot che vede al suo centro un software che accede ai controlli missilistici nucleari in tutto il mondo. Anche qui si passa dal “personale” all’internazionalità dei nodi narrativi, salvo poi fare marcia indietro e tornare dritti a quel prologo e a quel confronto con i demoni del passato che la Salander dovrà inevitabilmente affrontare, affiancata da un Mickael Blomquist sotto tono, interpretato da un poco espressivo Sverrir Gudnason e da un bambino che non a caso sarà la chiave, anche in senso proprio, di tutto, così come il passato sembra essere la chiave per comprendere Lisbeth, ma lo fa con un tocco pesante e inelegante.

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