Mute: recensione del film Netflix con Alexander Skarsgård

Mute

Il nostro commento a Mute, il film Netflix diretto da Duncan Jones, disponibile sulla piattaforma di streaming da ieri.

Mute: le parole che non ti ho detto…

Con una nuova incursione nel genere, il regista figlio di David Bowie continua ad omaggiare la grande fantascienza del passato. Se in Moon, film “fratello” di Mute, i riferimenti erano pellicole come Alien, Atmosfera zero e 2001: Odissea nello spazio, in questo caso il punto di partenza è stato Blade Runner.

Abbiamo quindi automobili volanti, una sovraffollata e cosmopolita metropoli del futuro (che non è Los Angeles, ma Berlino), robot, grandi insegne al neon, maxischermi pubblicitari eccetera.

La presenza di (dei) Sam Bell/Sam Rockwell, impegnato/i nella propria battaglia contro la compagnia Lunar Industries, ci suggerisce poi come i due lungometraggi appartengano allo stesso universo narrativo.

Atmosfere e contesto sono dunque chiari, tuttavia lo stesso non si può dire di ciò che Duncan Jones volesse trasmettere allo spettatore. Nel suo sci-fi/thriller cupo ed enigmatico abbondano infatti personaggi ed idee apparentemente privi di connessione. È una storia d’amore? Il mistero di una persona scomparsa (Naadirah, la fidanzata del protagonista)? Racconto autobiografico di un’infanzia difficile per la separazione dei genitori? Critica ad una società nichilista, violenta e perversa?

Durante il proprio percorso di riabilitazione il barista Amish Leo (Skarsgård) sarà testimone e partecipe, silenzioso ma non per questo poco espressivo, di tutto ciò. Anche ai personaggi dei due chirurghi, Cactus Bill e Duck Teddington (già i nomi sono tutto un programma), hanno efficacemente prestato il volto Paul Rudd e Justin Theroux. Conferendogli quella miscela di tenerezza e ferocia, che poi rispecchia il film stesso.

Indipendentemente dal giudizio individuale su quest’opera decisamente ostica, una cosa è certa. E cioè che Netflix è sempre più specializzata nell’investire in produzioni di difficile collocazione nel mercato cinematografico. Come accaduto poche settimane fa al terzo episodio di Cloverfield, pur se per motivi diversi, e magari anche al prossimo Annientamento di Garland, ci troviamo di fronte ad un film che in sala sarebbe passato inosservato.

Per il suo essere così ambiguo, magari non del tutto riuscito, coeso o centrato, ma al tempo stesso non privo di suggestioni e fascino. Difficile da decifrare, forse, come l’animo di chi per molto tempo ha sognato di realizzarlo.

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