Nato a Casal di Principe, recensione e trama del film: una storia di camorra e famiglia

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Al cinema dal 25 aprile 2018, Nato a Casal di Principe pone i riflettori su una logorante storia di camorra. A seguire, la recensione del film.

Nato a Casal di Principe, un film di Bruno Oliviero, tratto da una storia vera che parla di camorra, dolorose verità e famiglia

“Girando questo film, ho sentito un forte senso di responsabilità, come se qualcuno mi avesse dato la chiave di uno scrigno sigillato da venticinque anni”, dice Alessio Lapice parlando di Nato a Casal di Principe, il film nel quale interpreta Amedeo Letizia, fratello di Paolo, rapito ed ucciso dalla camorra nel 1989.

Settembre 1989: I fatti

A quel tempo Amedeo Letizia ha vent’anni e si è trasferito da poco a Roma, dove sta iniziando a muovere i primi passi in ambito televisivo e cinematografico.

Nel 1990 sarà uno dei protagonisti della fortunata serie I ragazzi del Muretto.  Non lo sa ancora, Amedeo, quando la sua famiglia lo chiama per informarlo che suo fratello Paolo è sparito nel nulla.

Amedeo torna allora a Casal di Principe, il paese famoso per la sua camorra, i boss Schiavone, Iovine e Bidognetti, il paese di don Giuseppe Diana, ucciso in chiesa per il suo impegno antimafia; è deciso a ritrovare suo fratello, senza sapere se quello che deve cercare è una persona o il suo corpo.

Amedeo Letizia le tenta e le pensa tutte: sonda tutte le opportunità legali, ma anche illegali, che gli vengono in mente; prende contatto con i camorristi, ne segue le mosse, fino a contemplare addirittura l’idea di rapire uno di loro.

Ma, fino a che punto è in grado di osare un ragazzo per bene? Quali strumenti ha un uomo comune per maneggiare la violenza camorrista? Quali una famiglia per difendersene?

L’ombra nera della camorra in una famiglia comune

A Bruno Oliviero interessava molto questo aspetto. Mostrare gli effetti e le possibilità di difesa e sopravvivenza di una famiglia davanti all’ingiustizia, all’omertà, alla paura, quindi al dolore ed alla frustrazione.

Aveva molto materiale da cui attingere.

Perché Nato a Casal di Principe è prima di tutto una storia vera, quella della famiglia Letizia, raccontata già nell’omonimo libro che Amedeo ha scritto insieme alla giornalista Paola Zanuttini, affinché suo fratello non morisse due volte, la prima per mano della schifosa camorra che l’ha ammazzato, la seconda per colpa di tutti coloro che queste cose tendono a dimenticarle.

E poi perché la famiglia intera, pur con la consapevolezza di dover riaprire una profonda ferita, lo scrigno di cui parla Alessio Lapice, ha partecipato con trasporto alla realizzazione del film.

Tra gli interpreti infatti, oltre agli attori Lapice, Massimiliano Gallo, Donatella Finocchiaro e Lucia Sardo, si contano anche i membri stessi della famiglia Letizia.

“I personaggi non sono né eroi né criminali; hanno la sola colpa di essere nati in queste terre maledette. Ho raccontato una famiglia. Una storia di persone normali che si trovano troppo vicine  a fatti di camorra gravissimi. La verità di tutti i dettagli e di tutti i personaggi mi ha guidato, la vicinanza della famiglia vera di Amedeo mi ha ispirato. (…) Tutta questa verità ci ha dato la forza per fare un film dove i grandi nomi della camorra dei Casalesi degli anni ’90 ci sono, ma sono visti ad altezza uomo, dal punto di vista delle loro vittime innocenti”, spiega bene il regista, Bruno Oliviero.

Un film necessario

Il focus specifico sulle dinamiche familiari, più che sulle soluzioni crude e violente che ne sono alla base, permette a Bruno Oliviero di firmare un film nel quale entra solo l’ombra lunga della criminalità organizzata, priva delle crudeltà manifeste e delle gratuità più feroci, ormai frequenti cliché, così che Nato a Casal di Principe possa scorrere intimamente bene.

Idealmente, è uno di quei film necessari alla conoscenza e, soprattutto, alla memoria civica e collettiva. A difesa dell’interesse di giustizia supremo, per il quale vi è un’unica opinione possibile.

Cinematograficamente, è un lavoro già prevedibile, a tratti pericolosamente vicino al registro televisivo. Poteva essere meglio bilanciato: se è ben delineato il suo protagonista, nel quale si scorge l’attenzione di una buona preparazione prima delle riprese, sono forse un po’ deboli i personaggi di contorno, che già soffrono i dialoghi succinti.

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