Ore 15:17 – Attacco al treno, il film si aggiunge al catalogo Infinity: la recensione

attacco al treno

Arriva su Infinity Ore 15:17 – Attacco al treno, l’ultimo film diretto da Clint Eastwood, che narra gli eventi dei tre americani che sventarono l’attentato sul treno per Parigi nel 2015.

Ore 15:17 – Attacco al treno: l’eroismo nascosto

In Ore 15:17 – Attacco al treno, l’ormai ottantasettenne Clint Eastwood porta sullo schermo la storia di tre giovani americani, Anthony Sadler, Alek Skarlatos e Spencer Stone, due dei quali militari, che in viaggio di piacere e di riunione fra compagni di infanzia, attraverso l’Europa, si troveranno a sventare l’attacco terroristico del 2015 a bordo di un treno francese.
Ancora una volta il veterano regista statunitense imprime su pellicola una storia vera, così come nel precedente Sully e nuovamente ci parla di un tema fortemente caro a lui e caposaldo di un certo tipo di cultura americana: quello dell’uomo comune che nasconde dentro di se le capacità per essere un eroe.

L’involuzione dettata dalla paura

Ore 15:17- attacco al treno infattì racconta per buoni due terzi della sua durata la vita che ha preceduto l’evento eccezionale, mostrandoci la banalità della gioventù e i primi anni di una vita adulta ancora vissuta con leggerezza, che sta per concludersi in modo traumatico, ma al contempo unico e singolare.
Vi è di sottofondo una strisciante visione metafisica nella struttura narrativa del film, nella quale Eastwood sembra intravvedere una sorta di predestinazione nella apparente piattezza degli eventi narrati, un disegno più grande, fatto con tratti ingenui e grossolani come quelli di un bambino, che gradualmente prende forma e porta i tre ragazzi ad essere le persone giuste, con le capacità giuste, nel momento giusto.

Ancora una volta, dopo il molto più riuscito Sully, Eastwood affronta il tema del terrorismo e del trauma che ha lasciato in un’America rimasta ferita e inerme, perdente. Entrambi i film raccontano un paese smarrito, lasciato senza punti di riferimento, cresciuto, o sarebbe meglio dire involuto, come i tre giovani eroi, senza delle figure maschili che incarnassero determinati valori che seppur fittizi ed edulcorati, sono quelli che muovevano a spostarsi verso la frontiera, verso l’ignoto, verso quella figura di avventuriero, di cowboy di pioniere. Gli Stati uniti post 11 settembre sono passati su di un livello di isolazionismo e chiusura in loro stessi che sta evidentemente stretta ad un uomo come il protagonista di tanti film di Don Siegel.

Realismo e protagonismo

C’è una ricerca sotterranea da parte del regista, anche nella sceneggiatura piuttosto insipida dell’esordiente Dorothy Blyskal, di un ritorno alle origini proprie e filmiche, impersonate da figure da film western pre revisionismo, che esalta un eroismo fatto da persone semplici, ingenue, non brillanti, come il principale dei tre protagonisti, Stone, ma determinate, instancabili e anche se cresciute e costruitesi all’interno di un ambiente conservatore, capaci ancora di vivere nell’illusione di una possibilità di riscatto.

Il film tratta tutto questo con uno stile minimalista, vicino alla ricostruzione documentaristica, senza concedersi nessuna sbavatura verso una spettacolarizzazione degli eventi occorsi sul treno, ma relegandoli a pochi minuti, quelli reali, che poco hanno di patinato, che mostrano la confusione di situazioni così fuori dagli schemi.

Nella scelta artistica di far impersonare agli stessi Spencer Stone Anthony Sadler e Alek Skarlatos, i tre giovani di Sacramento, che come dice Lady Bird è il Midwest della California, il ruolo di loro stessi sta la scelta più radicale e significativa che fa Eastwood. In un film che vuole riportare sullo schermo la possibilità dell’americano medio di tornare ad essere un simbolo di rivincita e di superamento delle avversità, di vittoria, non ci poteva essere scelta più coerente di dare ai veri eroi la possibilità di essere protagonisti.

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