Piccoli Brividi 2: recensione di un sequel senza personalità

Piccoli Brividi

Piccoli Brividi 2 si lega solo marginalmente alla storia del primo capitolo e non riesce a replicarne il mix di emozione ed effetti speciali.

Piccoli Brividi 2 è figlio dei ritardi e dei cambi di copione: il risultato è un prodotto più per la tv che per il cinema

Piccoli Brividi 2 ha nella sua natura di “film per ragazzi” i suoi pregi e i suoi difetti: i secondi emergono soprattutto se si l’opera a confronto con il primo film del 2015. I tre anni passati a rivedere e ripensare al sequel hanno partorito una trama abbastanza elementare che non può contare né sulle invenzioni del primo capitolo, né sulle capacità attoriali di Jack Black. Infatti l’attore che interpreta lo scrittore R.L. Stine, versione cinematografica dell’autore dei libri Piccoli Brividi da cui gli autori hanno preso ispirazione per la saga, qui è in versione Godot. Lo si aspetta fino alla fine e quando si palesa il senso della sua apparizione non vale affatto l’attesa.

E’ vero che Piccoli Brividi 2 è stato preceduto da tanti rumors e altrettante smentite sulla sua presunta partecipazione e non è mai stato nascosto che si sarebbe trattato di un secondo capitolo un po’ interlocutorio, che avrebbe dato spazio a giovani attori, ma forse proprio per questo alla fine Jack Black poteva anche evitare di entrare in scena, lasciando magari solo l’aggancio per il terzo Piccoli Brividi. Sgombrato dal campo il “problema” Black, rimane quello di un prodotto che rispetto ad altri film per tutti può far mugugnare i genitori al seguito e i più piccoli a loro volta potrebbero rimanere un po’ spiazzati o non cogliere certe battute sulle cripto valute o i riferimenti allo scienziato Tesla.

Il primo film aveva nel mirino lo stesso target, ma riusciva a rendersi piacevole anche per i più grandi, qui invece il punto centrale del film (quello in cui il pupazzo Slappy, liberato ancora una volta dal libro in cui era prigioniero, trasforma le maschere e le decorazioni di Halloween in mostri reali) e gli ottimi effetti speciali non trovano sbocco in situazioni divertenti o originali. Se si esclude una scena con degli orsetti gommosi vendicativi, il resto delle creature, alcune davvero ben realizzate, servono davvero a poco ed è un peccato perché costringono Piccoli Brividi 2 ad arrivare in modo assolutamene privo di scossoni narrativi, ad un finale piatto.

I giovani attori garantiscono una prova buona anche perché devono lavorare su dei grossi cliché di genere: i due ragazzini Sonny Quinn (Jeremy Ray Taylor) e Sam Carter (Caleel Harris) scoprono in una casa abbandonata il libro che libererà il pupazzo malvagio e funzionano come coppia nonostante siano costretti a scappare dagli immancabili bulli e ad avere problemi con la sorella più grande di Sonny Sarah Quinn (Madison Iseman).

Sarah, a sua volta, deve superare una serie di traumi adolescenziali e occuparsi della casa per essere la figlia responsabile che aiuta la madre (Wendy Maclendon Covey) che lavora in una casa di riposo. I personaggi sembrano davvero scritti da un algoritmo e anche il comico cinico Ken Jeong, che interpreta un cinese ossessionato da Halloween, tanto da decorare la sua casa come fosse un parco a tema, non può fare granché con il suo personaggio.

In conclusione, il film di Ari Sandel (un buon artigiano del genere per famiglie) è uno di quei prodotti che sfruttano un brand senza grande personalità e che risente dei rimaneggiamenti e cambi di regia e script (inizialmente erano in mano rispettivamente a Rob Letterman e Darren Lemke), dovuti al ritardo delle riprese. La sensazione che dà Piccoli Brividi 2 è dunque quella di un film per la tv approdato al cinema.

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